“Signorina, sono incazzata nera! Come faccio a scendere dal ***** per andare a casa??”
E’ mezzogiorno.
Sono al mercato, ho appena incastrato le borse piene di verdura e frutta tra cestino e seggiolino posteriore sulla wonderbike e sto tentando di aprire il lucchetto della catena, senza far planare il tutto sull’asfalto.
Inoltre fa un caldo porco.
Alzo lo sguardo e vedo una signora ultrasessantenne che trascina il carrello della spesa, avanzando zoppa verso di me.
La nonna ha fatto un corso di lessico avanzato, diplomata con lode e applauso della curva!
Sorrido, imbarazzata alla nonnina.
“Eh?! Me lo dice signorina come si fa??”
Da dietro gli occhiali da sole la scruto attentamente.
Sembra una vecchietta innocua, non è trasandata, non odora di Barbera e non ha le pupille dilatate.
“Guardi, non lo so proprio, anch’io ci tento da anni e non ho ancora trovato la soluzione.”
Meglio simpatizzare, prima che tiri fuori il bastone dalla manica corta e inizi a randellarmi, manco fossi una black block ciclista.
Parte una tiritera comtro gli extracomunitari che vendono ai banchetti del mercato.
Cosa fare? Sorridere e assecondare, magari offrendole un bianchino al bar più vicino? Tentare la fuga, ma è davvero dura con i 10 kg. di verdure in bilico sulla bici? Aprire un dibattito? Mandarla al suo paese, informandosi prima, nella speranza che disti almeno 50 km. da Milano?
Prima di trovare una risposta a questi quesiti esistenziali, forse per i 35 gradi all’ombra, non ho tempo di riflettere che Ciò Che Sono apre la bocca e comincia a parlare.
“Signora, non dica così… Hanno una storia alle spalle a volte… Anzi, senza <<a volte>>. Ogni essere umano ha una storia difficile alle spalle… Sono qua per guadagnarsi da vivere.”
“Sì, ma almeno prima gli facessero un esame per vedere se parlano l’italiano!”
Forse dovrebbe consigliar loro la scuola che ha frequentato lei.
Mi tiene mezz’ora, parlando di partigiani, di come appenderebbe i politici per i piedi nelle foibe (su questo non ha tutti i torti…), di come sono giovane io e non posso capire, di quando lei è immigrata dal sud per venire a Milano…
“Signora, non può fare di tutta l’erba un fascio.”
Anche perchè l’erba se l’è già fumata tutta lei…
“Bisogna anche saper rispettare le diversità…”
“Non mi dica così perchè se no… meglio che non le dico cosa stavo per dire!”
Meglio di no… tremo solo all’idea!
Va avanti un pezzo. Mi parla di come hanno fatto fatica i nostri avi a ‘conquistare’ il nostro paese, dando per esso anche la vita, e ora non è più il nostro paese.
“Perchè io voglio vivere in casa mia…”
“Signora mia, ormai viviamo in un paese globale.”
“Globale ‘sta pinna!”
Non ce n’è, devo farmi dare l’indirizzo di dove ha frequentato il corso… Magari è comunale e presentando il modello Isee, riesco ad ottenere uno sconto!
Tento di essere diplomatica, ma in realtà mi aspetto da un momento all’altro l’arrivo di un’infermiera che le dica “Nonna, hai preso le medicine oggi??” con una camicia di forza nascosta dietro la schiena.
“Se avessi un lanciafiamme, li farei fuori tutti! A partire dai cinesi!”
Forse è meglio che non le dico che ho un cognato d’oltreoceano…
“Signora mia, con ‘sto caldo?? Per usare il lanciafiamme aspetti almeno i giorni invernali!”
No, con ‘sto caldo è meglio che sta in casa con i piedi a bagno…
“Guardi, dovrei andare…”
“Viva l’Italia!”
“… E viva la tolleranza.” mi dispiace lasciarla così, immersa nel suo rancore.
“Tolleranza un paio di palle!”
Mi dispiace un po’ di meno.
“Signora, con tutto questo astio nei confronti degli extracomunitari non può vivere bene! Io conosco stranieri, magari anche laureati, che lavorano e faticano a mantenere la propria famiglia italiana, e sono delle splendide persone. E conosco italiani, nati in Italia, vissuti in Italia, che sono delle emerite teste di cazzo! Quindi, sarò anche giovane, meno di quanto crede lei, ma dia retta a me, bisogna essere giusti… l’intolleranza va equamente distribuita!”