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Relazioni umane, così ricche e così fragili…

  • aprile 13, 2016 at 22:27
Se le cose arrivano c’è sempre un perchè.
Se arrivano in un dato momento c’è ancora un perchè.
Se fossero arrivate prima l’avrei vissute sicuramente in un altro modo, ne sono certa.
Mi è andata bene così.
Sapevo che avrei sofferto, nel mio cuore lo sapevo.
Sapevo che sarebbe finita così, nel mio cuore lo sapevo.
Ho scelto di andare avanti per capire cosa dovevo comprendere e così è stato.
Come sempre ringrazio l’esperienza e le persone che si sono “prestate” a farmela vivere.
Questo non vuol dire che, essendo umana, ogni tanto in mezzo alla sofferenza qualche porcone non lo tiro anch’io.
Se non fossi umana e difettosa non sarei su questa terra ad imparare!
Inoltre non scegliamo noi cosa imparare e cosa no. Penso solo che alcune persone hanno la conspevolezza che ogni cosa che arriva nasconde un insegnamento e cercano in tutti i modi di trarne il più possibile.
Siamo sempre in evoluzione e io desidero che la mia evoluzione sia un costante miglioramento.
Nel miglioramento ci sta in pieno l’imparare a conoscersi in modi differenti da quelli che ci saremmo sempre aspettati.
Nascondiamo tante parti di noi anche a noi stessi.
E l’unico modo per conoscerci a fondo è attraverso gli altri, che sono il nostro favoloso e infinito specchio.
Un’altra esperienza è stata fatta.
Ho imparato.
Ho accolto.
Ho ringraziato.
Si va avanti.

Qualcosa di nuovo

  • giugno 11, 2015 at 21:08

Fare qualcosa che non faresti mai aiuta.

Non sto parlando di cose illegali o che danneggiano gli altri e l’ambiente.

Ma se ci ascoltiamo a fondo, ognuno di noi si troverà pieno di rigidità.
Sono i giudizi che diamo riguardo alle cose che non ci permetteremmo mai di fare, perchè (così ci giustifichiamo noi) sono “contro la nostra natura”.

Una volta un mio maestro ci fece camminare in mezzo ad un centro commerciale affollato con due scarpe diverse.

Io ovviamente non ho avuto nessun problema a farlo.
Dopo la condivisione di cosa ognuno di noi aveva provato e pensato, ci disse chiaramente che in realtà la nostra paura di essere giudicati è solo un problema “nostro”… agli altri, in fin dei conti, non gliene frega niente delle nostre scarpe.

Qualche mese fa Nanà mi chiese se poteva mettere una calza blu e una rosa, perchè non sapeva scegliere.
“Certo che sì amore” le ho risposto con naturalezza e lei con naturalezza è andata a scuola così, senza nessun problema.

La sera il papà al telefono mi ha chiesto spiegazioni.
“Perchè non avrebbe dovuto scusa? Le ho lasciato la sua libertà di espressione.”

“E no, non mi va bene. Poi se i compagni iniziano a prenderla in giro… e poi si va vestiti decenti.”

“…… Stai scherzando vero? Ha SETTE anni! E’ una bambina, è creativa, molto creativa. Perchè dovrei inculcarle la paura del giudizio se lei, splendidamente, ha la forza di imporre la sua personalità in questo modo così colorato! Lasciamole trovare la sua identità a modo suo!”

Ovviamente suo padre non era d’accordo.
E’ proprio questo il problema.
Da una parte noi adulti vogliamo che i bimbi trovino l’identità che “noi” vorremmo per loro. E dall’altra parte siamo proprio noi a renderli soggetti alla paura del giudizio.

Io col tempo ho imparato a non essere più avvezza al giudicare gli altri e questo mi aiuta tantissimo a comprendere le persone e ad accoglierle con totale tolleranza e rispetto per ciò che sono: un’anima in cammino.

Certo non sono perfetta, a volte mi capita ancora di dare del pirla a qualcuno, ma senza farmi travolgere dal senso del giudizio, sapendo che in realtà è solo un mio momentaneo punto di vista.

Smettendo di giudicare gli altri si comincia a giudicare meno anche se stessi.

E quando la vita ti mette di fronte la possibilità di scegliere di fare qualcosa che, solitamente, non avresti mai fatto, c’è la libertà di provare ad andare oltre i propri limiti senza per questo esprimere un giudizio su se stessi.

Che ventata di aria fresca!

Capire ancora più a fondo che non esiste il più giusto o il più sbagliato e riuscire a vivere un’esperienza così serenamente quasi da non riconoscersi nemmeno.

Si può cominciare con due scarpe diverse in un supermercato.
E poi andare oltre, mettendosi alla prova su ciò che ci blocca, che ci limita, che ci fa giudicare.

Siamo anime angeliche, pure e preziose, ma su questa terra troppo spesso non vogliamo usare le nostre ali.

Grata

  • dicembre 22, 2014 at 20:54

Andare a fare un seminario di gruppo, intenso, due giornate piene piene di emozioni e amore.

Conoscere e amare tante persone nuove, tante anime in cammino, alcune perse, alcune che si stanno ritrovando.

Vedere nei loro volti la me stessa di tre anni fa.

Constatare quanta strada ho fatto, quale strabiliante cammino di crescita personale ho percorso, quali cambiamenti, allora inimmaginabili, ho realizzato.

Essere lì per aiutare loro.

Imparare da ognuno.

Ascoltare la sofferenza e il dolore di ciascuno, che ognuno di loro sente forte e pesante come un macigno.
Vederli sbocciare pian piano e osservare i loro volti cambiare, distendersi e sorridere.

Constatare che purtroppo (o per fortuna) è sempre e solo dalle difficoltà che parte il cambiamento e la voglia di crescere e migliorarsi, di riscoprirsi anime in cammino, affrontando e imparando da ciò che la vita ci pone davanti.
Le difficoltà, in effetti, sono lì apposta per insegnarci quelle lezioni che “abbiamo scelto” di voler imparare, per evolverci nel nostro percorso di anime terrene.

Sapere che la nostra vita è costellata di lezioni da apprendere, ma che la scelta di imparare oppure no è solo nostra, la scelta di essere protagonisti della nostra vita o vittime dei brutti eventi non è di nessun altro al di fuori di noi.

Sapere che le 40 persone che ho di fronte hanno fatto questa scelta, solo per il fatto di essere lì a mettersi in discussione.

Essere grata di tutto ciò.

… Sono felice.

Messaggio d’amore

  • ottobre 24, 2014 at 12:15

Il nostro proposito non e’ che uno diventi l’altro;
e’ piuttosto di riconoscerci l’un l’altro, imparare a vedere l’altro ed onorarlo per quello che e’ – Hermann Hesse

Un cuore aperto è un cuore che include.

Sentendosi a proprio agio dentro se stessi, aiutiamo anche coloro che ci circondano a sentirsi maggiormente a proprio agio dentro loro stessi.

La “compassione” è l’espressione divina dell’amore.
Un cuore pieno di compassione emette il messaggio “ti riconosco, ti conosco, ti accetto”.

E’ un meraviglioso messaggio.

Un messaggio che fa star bene principalmente noi che lo emaniamo.

Ciò che diamo ritorna.
E’ una legge universale.
Non si può scappare.

Usciamo dallo schema. Non sentite? Inizia a starci stretto

  • ottobre 20, 2014 at 15:06

Ritrovo tra amici, si parla.
Argomenti impegnativi e profondi, alleggeriti dalla nostra amicizia e la voglia di scherzare e prenderci in giro che non manca mai.
Sentendoci nel contempo liberi di esprimere ciò che siamo, sapendo che non c’è rischio di offendere gli altri, perchè sanno… sappiamo accogliere tutto con criticità e gratitudine.

Un amico commenta semplicemente un evento vissuto da persone di nostra conoscenza; dice di esserci “rimasto male” e io, in modo sereno, ma provocatorio chiedo:
“Perchè?”

“Perchè mi aspettavo che… secondo me è per questo che…”

“Quello è un tuo pensiero. Una tua aspettativa.”

“Sì, però… io al posto loro…”

“Ma loro non sono te. Perchè ci devi rimanere male?”

“Per il loro comportamento.”

“A parte che ciò che pensi è la tua proiezione del loro comportamento, le motivazioni che adduci sono un TUO pensiero. Ma anche se fosse così… ma chi se ne frega! Perchè ci rimani male?”

“Mi sento tradito… escluso… è questo che mi fa arrabbiare.”

“Beh, tu lo sai che se ti senti così il problema è tuo. Risolvi il tuo sentirti così e chiediti come mai, cosa c’è in questa situazione di specchio… così la prossima volta non ti arrabbierai!”

“E tu quando ti arrabbi…?”

“Io mi arrabbio spesso con le figlie… beh, loro mi fanno uscire dalle grazie, è il loro compito di bambine, ma per il resto, devo essere sincera, non mi arrabbio praticamente mai. Cioè, mi capita di rimanere delusa, dispiaciuta, ma non arrabbiata, quello ormai non fa più parte di me. Quella parte l’ho serenamente lasciata andare da tempo. E sappi che si vive mooooolto meglio! … Oh! Certo che per arrivare qui ho camminato di brutto!”

Parliamo ancora per molto tempo di questo.
E’ un tasto che tocca la maggior parte di noi, spesso però non ci si sofferma a pensare a quanto, dietro la nostra rabbia, ci sia la nostra abitudine di giudicare gli altri.

Ma vogliamo elevarci? Vogliamo evolvere?
Se la risposta è sì, allora non possiamo fare a meno di passare attraverso il riconoscimento di questi problemi e tirarci su le maniche per modificare questi nostri comportamenti.

La paura.
Abbiamo paura (anche se spesso è inconscia) di tante cose. Dobbiamo riconoscere e affrontare le nostre paure.
Accettare che facciano parte di noi e serenamente “riscrivere” il nostro modo di affrontare le situazioni che temiamo.

L’ego.
Sull’ego potremo soffermarci per giorni interi.
L’ego è quando non ascoltiamo il nostro cuore, quando i nostri “sedicenti bisogni o desideri” vengono prima di ciò che DENTRO sappiamo che è giusto fare, quando pensiamo di ascoltare realmente gli altri, invece troviamo il modo di celebrare comunque noi stessi… L’ego è quando la mente prende il sopravvento sul cuore, è quando il rumore di fondo non si spegne mai per non darci l’opportunità di stare con noi stessi e ascoltarci. Perchè potremmo comprendere come dell’ego, in realtà, non abbiamo bisogno.

La rabbia.
Ne ho già parlato molte volte. Ciò che innesca la nostra rabbia è proprio ciò su cui dobbiamo lavorare. Se ci arrabbiamo il problema è nostro non di chi (a detta nostra) ci fa arrabbiare.
La rabbia innesca un processo chimico all’interno del nostro corpo che non puoi non riconoscere, e che tra l’altro blocca “fisiologicamente” il buon senso.
Infatti dico sempre alle bimbe di ricordarsi che quando si è arrabbiati si è anche stupidi! Entra in gioco l’istinto di sopravvivenza, il sistema “parasimpatico” adibito alla “lotta e fuga”, il sangue va agli arti, alle estremità, al posto del cervello, si spegne la neurocorteccia e… non si ragiona più.
Per questo motivo si dicono cose di cui poi, a mente fredda ci si pente, e soprattutto per questo motivo non bisognerebbe mai prendere decisioni durante un moto di rabbia: in quel momento non stiamo ragionando, stiamo sopravvivendo.
Ma quando la rabbia si può eliminare? Quando la sostituiamo con la comprensione e l’empatia per chi abbaimo di fronte.
Riconosceremo la delusione, il dispiacere, ma quel processo chimico non farà più parte di noi e lo sentiremo chiaramente.

La reazione.
L’azione reattiva non è la rabbia, ma la reazione ad uno stimolo. Spesso e volentieri è una reazione di difesa. Difesa dall’idea che altri hanno su di noi. Se qualcuno afferma qualcosa di falso su di noi, sentiamo il bisogno di correggerlo o chiarirgli le idee, per forza, non possiamo lasciare spazio al fraintendimento, dobbiamo reagire!
Quindi il problema è nostro, non dell’altro.
Dobbiamo per forza reagire? No, possiamo rimanere in pace nonostante qualunque cose pensino o dicano di noi.
Perchè l’opinione degli altri non cambia ciò che siamo realmente.
La nostra identià non dipende da quello.

Il giudizio.
Non riusciamo ad esserne esenti, sembra stampato nel nostro dna.
Pensiamo di non essere persone giudicanti, ma se poniamo più attenzione ci rendiamo conto di quanti giudizi vengono espressi in ogni frase, in ogni circostanza.
Quando guardiamo gli altri COSA VEDIAMO IN LORO?
Li giudichiamo in base all’esteriorità? Alle cose in cui credono? Al loro carattere? Giudichiamo le loro azioni inappropriate?
O riusciamo a vedere il loro Dio Interiore?

Smettere di giudicare vuol dire comprendere, ma saperlo fare veramente, e accettare la diversità del cammino di ognuno di noi, anzi, ancor di più, celebrare, onorare e ringraziare perchè anche gli altri sono sul loro percorso di crescita.
Comprendere che qualsiasi cosa essi trovino è abbastanza buona per il cammino di quel loro momento.

Ognuno ha il suo percorso e i suoi tempi per percorrerlo.
Impariamo ad osservare gli altri con ONORE, COMPASSIONE, COMPRENSIONE, GIOIA, GRATITUDINE.

E’ così che Dio li vede.

E’ ora che lo capiamo e facciamo altrettanto.

Libro di istruzioni

  • settembre 10, 2014 at 12:50

Conosco un sacco di gente che vorrebbe qualcosa di diverso da quello che ha e si chiede come fare, cosa bisogna cambiare, dove trovare la soluzione, nella piena consapevolezza che la situazione così com’è NON VA.

Poi ci parlo, la osservo nella sua vita o ci vivo insieme qualche esperienza e mi rendo conto che si fermano lì. Al desiderio di avere qualcosa di diverso. Punto.
Non che non provino a fare qualcosa, ma di solito il far qualcosa sta nel sapere cosa “l’altro o gli altri” dovrebbero cambiare per far star meglio anche loro.

E’ umano vedere negli altri cosa non va, quasi automatico.
Vedere in noi stessi è più difficile, sempre se si ha intenzione di farlo.

Un’amica l’altro giorno, dopo una chiacchierata di circa due ore, mi ha chiaramente detto che è conscia dei suoi errori, sa di sbagliare, ma se c’è da lavorare su di sè… è troppo faticoso, visto che fa già tanta fatica nella vita quotidiana.
Io non posso che accogliere le sue parole e accettare le sue scelte, ma nel frattempo mi chiedo se non fosse meglio lavorare su sè stessi per poi avere risultati duraturi.

“Devi partire dal volerti bene, dall’amare te stessa. Se tu non stai bene con te stessa, non starai bene in nessun luogo, con nessun altro.”

“Ma io mi voglio bene, sono contenta di me…” e mentre mi elenca qualche prova della sua autostima, io osservo come la sua faccia, i suoi modi e tutto il suo racconto delle due ore precedenti dicano l’esatto opposto.

Le sorrido e scelgo di cominciare io a volerle bene, come ho sempre fatto, per quella che è.
Ognuno sceglie il proprio percorso.
Ognuno sceglie quando, se e come cambiare.

Poi ci sono quelli che nonostante la vita gli sbatta in faccia le loro difficoltà e i loro limiti, non riescono a guardarsi dentro nemmeno con una lente larga un chilometro, e dopo li senti dire “Ci ho provato, tante volte, ma non è andata… non so perchè!”
E ti rendo conto che non hanno veramente capito il perchè!

Vorresti dirgli “Ma come non sai il perchè??? Ma tu cosa è che hai provato a cambiare per vivere la stessa situazione in modo differente? Tutto tranne che il tuo modo di viverla??!! Il mondo ti mette di fronte la stessa identica esperienza più e più volte… cosa hai fatto per viverla diversamente? Cosa? Niente! Hai sempre reagito nella stessa IDENTICA maniera! Non sei cambiato tu, non è cambiata l’esperienza! E finchè non cambierai tu, non cambierà l’esperienza che ti ritroverai imperterrito a rivivere! Tu l’attiri. Il responsabile sei tu!”
Ma poi non dici più niente e ti metti da parte, poichè se non l’ha capita dopo una, due tre… otto volte, beh, allora forse non la vuole capire.

Il fatto è che la maggior parte di persone, quando sente dire che ognuno di noi è l’unico responsabile di ciò che vive, sgrana gli occhi e ti prende per pazza.

La maggior parte della gente fa fatica a cambiare, perchè cambiare è difficile.
L’ho già detto tante volte, il cambiamento è sconosciuto e per questo fa paura, così si preferisce stare nel proprio “infelice” ma conosciuto mondo.

E’ umano, ripeto, trovare negli altri ciò che potrebbe essere modificato per renderci più felici. E’ anche più facile. Quante volte l’ho fatto anch’io!
Ma il cambiamento vero è avvenuto quando non ho più desiderato che fosse l’altro/a a cambiare, ma ho preso la situazione in mano, chiedendomi su cosa “volesse” farmi lavorare (di me stessa), mi son guardata dentro, profondamente, mi son tirata su le maniche e mi son messa al lavoro.

Ed ecco che quando cambiamo noi, attorno accadono magie!
Le situazioni si modificano.
Le persone attorno cambiano atteggiamento verso di noi.
Alcune escono dalla nostra vita, perchè non abbiamo più bisogno di loro per “lavorare” su noi stessi e quindi non le attiriamo più.
Altre entrano nella nostra vita e, spesso e volentieri, sono molto affini al nostro cambiamento. Simile attira simile.

Eh, già!
Simile attira simile.
Quindi guardati intorno e capirai bene due cose: su cosa hai bisogno di lavorare e come realmente sei.
Che in realtà sono un’unica cosa…

Abbiamo attorno a noi un Libro di Istruzioni per migliorare noi stessi.
Impariamo ad usarlo, invece che nasconderci sempre dietro mille giustificazioni e giudizi, sugli altri.

E quando qualcosa non è andata come speravamo, proviamo a dire “Ho sprecato un’altra occasione per rendermi migliore” invece di esclamare, rassegnati e stupiti, “Non è andata… Non so il perchè!”

Il bello e il brutto della morte, ovvero mi pareva d’essere in un film

  • agosto 28, 2014 at 23:51

E’ morta una cara signora che io, Canterina e Babet conoscevamo.
Lavorava nel mondo della nostra scuola, aveva poco più di sessant’anni, ed aveva un cuore d’oro.

Così, non essendo sicura di riuscire ad andare al suo funerale, oggi mi sono trovata con alcune amiche, per “farle visita” alla camera mortuaria. Senza bimbe ovvio.

E’ un periodo in cui sto riflettendo sulla morte, sul viaggio delle anime, sull’aldilà, forse nell’ottica realistica, non cinica, che NonnaBis non starà qui per sempre.
E mi sono resa conto che spesso la morte di un parente caro, o di un amico, sono tanto dolorose e difficili per chi rimane ancora su questa terra. Ma chi ci dice che le loro anime non siano finalmente e definitivamente in pace? Io sono convinta che sia così.
Invece noi ci crucciamo, ci disperiamo e soffriamo a dismisura, un po’ perchè vorremmo la certezza matematica che stiano bene, ma soprattutto perchè non accettiamo di lasciarli andare, specialmente quando la dipartita è precoce invece di seguire il naturale processo delle cose.

Sì. La morte è un problema dei vivi.

Era un signora gentilissima, la più gentile di tutte a detta di Babet, ma soffriva abbastanza, fisicamente.
Quando stamane ho saputo della sua morte mi è venuto spontaneo pensare che la sua anima fosse stanca di faticare così, e che avesse scelto di andare in un posto migliore. Così, non mi sono sentita dispiaciuta, ero felice per lei.

So che può sembrare cinico e incomprensibile, ma è così che mi sono sentita.
E con tanta serenità mi sono presentata alla sua camera ardente, tra colleghe e parenti immersi nelle lacrime.

Inoltre era una persona sempre allegra.
Quindi sono sicura che anche lei, da lassù, tratteneva le risate quando mi sono trovata in mezzo ad un dialogo surreale tra suo fratello quarantenne, arrivato tosto dalla capitale, che rispondeva in romanaccio a una vecchiettina friulana che insisteva a raccontare della morte di suo marito, giusto per tirare su di morale il parentado.

“Ma quand’è il funerale?” chiede la vecchietta.

“E chenne so io! So’ arrivato mò da Roma… Sorella, mia adorata sorella, perchè mi hai fatto questo… Nun me lo dovevi fa’!” continuava a ripetere il fratello.

“Ah, è tra un paio di giorni, a quest’ora, c’è scritto!” esclama argutamente la sciura.

“Ah chenne so. So solo che poi la portamo dritta dritta a Roma. Là ce stanno tutti i parenti! La tomba di mi’ madre… ce stan tutti a Roma! La riportamo a casa sua!” mi spiegava lui, guardandomi come per chiedere conforto.

“Ma di cos’è morta?” chiede con grazia estrema la vecchietta al fratello.

“Ma t’ho detto che so’ arrivato mò! Ma forse infarto… stanotte… nun so… ah, sorella che m’hai fatto!” iniziava a svarionare lui.

“Sa, mio marito è morto anche lui giovane. Leucemia fulminante! Otto giorni e se n’è andato!” esclama la donnina con un tatto inverosimile, mentre io mi copro la faccia con una mano, poichè non so se ridere o piangere.

Lui continua a parlare alla salma della sorella.
E la vecchietta non demorde:
“Noi invece abbiamo tutte le tombe in Friuli! Siamo tutti là, anche mio marito…”

“Eh, noi la portiamo a Roma, a casa! E’ la che se sentiva a casa…”

“Noi invece in Friuli, nel nostro paesino…”

“Sì, in Friuli… co’ l freddo… nun semo abituati noi de Roma… noi semo di giù… e poi a me che c***o me’ frega??!! … scusi il francese signò… ma capisce il momento??”

Mi sembrava tutto così paradossale che fissavo la salma per non ridere, sicura che se fosse stata ancora viva, li avrebbe mandati lei a quel paese sghignazzando.

“Coraggio… si faccia coraggio… bisogna farsi coraggio! Si deve fare coraggio… coraggio ci vuole in questi momenti…” insisteva la signora anziana, dando pacche sulla spalla al povero romano, dal quale, giuro, mi aspettavo un gancio destro in piena bocca dello stomaco della vecchia.

“Ma che c***o de coraggio?! Ma che sta a’ dì??”

Io pregavo che se ne andasse, perchè era veramente imbarazzante l’insensibilità con cui continuava ad infierire su quel pover’uomo. E fortunatamente così è stato.

Appena la vecchietta varca la soglia, il fratello mi chiede:
“Ma chi era ‘sta vecchia??”

“Non ne ho la più pallida idea…”

“Ma allora era ‘na curiosaccia!! … Sorella! Ma che m’hai fatto?? Nun me lo dovevi fa’… ma guarda che bella che sei ancora!” dice mentre le accarezza veementemente il volto “ma la tinta mica te l’eri fatta, sa’! Che… Te faccio la tinta? Che dici?… Gliela faccio ‘na tinta??!”

Son rimasta a parlare ancora un po’ con lui, dopo poco le mie amiche mi han dato il cambio.

Mentre uscivamo in strada ho chiesto loro:
“Avete conosciuto anche voi il fratello romano?”

“Sì… che tipo!”

“Mi ha anche dato il suo numero…”

“Come ti ha dato il suo numero?? E tu che hai fatto?”

“E cosa dovevo fare? Mi teneva la mano mentre piangeva e mi diceva che gli farebbe piacere se lo chiamassi nel caso vada a Roma… Mi sembrava scortese non prenderlo, così me lo son fatto dare… Me l’ha ripetuto tre volte!”

“Minchia Wonder!!! Sei l’unica che riesce a cuccare in una camera mortuaria!!!”

L’acqua e l’olio

  • agosto 13, 2014 at 18:38

Avere le bimbe a casa 24 ore su 24 è meraviglioso e impegnativo allo stesso tempo.
Totalmente dedicata a loro.
Ma la notte dormono…
Così stanotte ho approfittato per un’immersione nella lettura.

E ho trovato scritto su carta qualcosa che da tempo “masticavo”, sentivo, ma non riuscivo e delineare.

C’è sempre qualcuno di più illuminato, come Eckart Tolle, che riesce a trasmettere in parole ciò che altri non riescono nemmeno a spiegare con immagini o fumetti.

<<Riconoscere se stessi come l’Essere sotto l’entità pensante, la quiete sotto il rumore mentale, l’amore e la gioia sotto il dolore è libertà, salvezza, illuminazione.[…]
L’amore è uno stato dell’Essere. Il tuo amore non è all’esterno, ma risiede in profondità dentro di te. Non puoi mai perderlo, ed esso non può lasciarti. […] Allora riesci a cogliere la stessa vita nel profondo degli altri esseri umani e di ogni creatura. Guardi oltre il velo della forma e della separazione. Questa è la realizzazione dell’unità. Questo è amore.>>

Sì, è così! Ecco perchè mi sento così serena!! Perchè questa volta la serenità l’ho cercata e trovata dentro di me!
Non ho preteso di trovarla all’esterno, in qualcun altro, in qualcosa. Quel tipo di serenità è un’illusione e la maggior parte di noi è proprio quella che cerca.

Deleghiamo la nostra felicità a qualcosa/qualcuno e pensiamo che saremo felici solo se l’otterremo.
Come ogni dipendenza che si rispetti.
Ricerca di uno stato, di un momento (più o meno lungo) di “star bene”, che si può trovare nel fumare una sigaretta, nel fare sesso, nel comprare compulsivamente, nella droga o nell’alcool, come nella coppa di profitterol, negli sport estremi…
Quel senso di “star bene” che presto o tardi svanisce, non perdura, e ci manca, poichè pensiamo che sia quella la felicità.

Come quel senso di “perfezione” che si ha quando ci si innamora e che dura finchè non nascono i primi problemi, litigi, quando entra “la testa”, quando si vuole incolpare l’altra/o del proprio dolore, delle proprie paure e insoddisfazioni, perchè è più facile credere che a causarle sia l’altra persona che pensare che siano sepolte in te e debbano essere risolte.

<<OGNI DIPENDENZA NASCE DAL RIFIUTO INCONSAPEVOLE DI AFFRONTARE E SUPERARE IL PROPRIO DOLORE. OGNI DIPENDENZA COMINCIA E FINISCE CON IL DOLORE.>>

Anche le relazioni sono una dipendenza, un bisogno, un attaccamento.
Quando crediamo che senza di esse non possiamo essere completi, quando sentiamo  il bisogno di avere qualcuno che ci faccia “stare bene”.

In questi ultimi tempi ho sempre pensato che fosse anche un mio problema, una mia dipendenza, nonostante il forte cambiamento che vivevo e che constatavo… perchè ritornavo sempre lì, allo stesso punto?
O così a me sembrava.

Poi stanotte ho avuto la conferma che non è stato così.
E cosa c’era di diverso?
Il fatto che io abbia sempre risposto agli attacchi con l’amore (cosa che infastidisce, o meglio, spiazza parecchio chi ha bisogno di incolpare l’altro dei suoi disagi, perchè non dai modo di entrare in un circolo vizioso di botta e risposta, di vittime e carnefici).
Il fatto che non ho mai giudicato, ma ho sempre cercato di “comprendere”, che significa mettersi nei panni dell’altro e cercare di capire… di vedere con gli occhiali del video! Che non significa non mettere l’altro di fronte ai propri limiti e debolezze, ma avere il coraggio di farlo senza volerlo cambiare o accusare, ma per dare una possibilità di affrontare (anche insieme) le sue paure e le sue inconsapevolezze.
Il fatto che ho sempre colto, nelle difficoltà, un’opportunità. E che l’ho sempre utilizzata per affrontare i miei dolori e scalare la vetta della mia evoluzione.

La mia non era una dipendenza, ma la consapevolezza, a volte serena a volte un po’ meno, che la relazione si potesse utilizzare <<come pratica spirituale>>, come crescita, come percorso verso l’evoluzione, appunto.

Non capivo, perchè mi focalizzavo sul fatto che non avesse funzionato.
In realtà non è così.
‘Io’ l’ho utilizzata proprio per questo e poi…

<<Rinunciare al giudizio non significa non riconoscere la la disfunzione e l’inconsapevolezza. Significa “essere il sapere” anzichè la “reazione” e il giudice. […] Essere il sapere crea uno spazio libero di presenza amorevole che consente a tutte le cose e le persone di essere come sono. Non esiste catalizzatore di trasformazione più grande […] La persona amata non potrà stare con te e restare inconsapevole.>>

E quindi?

<<Se siete entrambi d’accordo che la relazione sarà la vostra pratica spirituale, tanto meglio.>>

Ha… haha… E quando così non fosse?
Vado avanti…

<<Se il tuo partner continua a identificarsi con la mente e con il corpo di dolore (leggi carico emotivo…ndw – nota di wonder-), mentre tu sei già libero, ciò rappresenta una sfida importante, non tanto per te, ma per lui. […] Ricordati che l’ego ha bisogno di problemi, conflitti, “nemici” […] La mente del partner proverà una sensazione di frustrazione perchè le sue posizioni fisse non incontrano resistenza […] Il corpo di dolore esige un riscontro e non l’ottiene. Il bisogno di litigi, drammi, conflitti non viene soddisfatto.
[…]
Ogni sfida in realtà è un’occasione di salvezza mascherata.>>

Beh, questo con altre parole lo dico sempre anch’io, ma alla fine? Sono io che non ho funzionato? Devo leggerla come un fallimento, nonostante io abbia scelto di viverla e l’abbia vissuta come pratica spirituale””??
Ed ecco la mia risposta.

<<Restare constantemente o prevalentemente “presente” nella tua relazione è la prova più grande per il partner. Non potrà tollerare a lungo la tua “presenza” se resta inconsapevole. Se è pronto varcherà la porta che hai aperto per lui/lei e si unirà a te in quello stato. Se non è pronto, vi separerete come l’acqua e l’olio.
La luce è troppo potente per chi vuole restare nell’oscurità
. >>

Direi quindi che è stato… fisiologico.
Ma questa frase finale sulla luce mi rammenta all’istante una cosa…

Una volta mio nonno mi ha detto:
“Il tuo compagno deve sceglierti per poter godere della tua Luce.
Se lui non ti sceglie, tu va’ avanti ugualmente per la tua strada, non rallentare. Tu sei la tua Missione, chiunque ti scelga o non ti scelga.
Sta agli altri scegliere se essere illuminati o no dalla tua luce.
Il tuo unico dovere è fare Luce.”

Ora comprendo chiaramente le sua parole, nello specifico e in relazione alla vita.

Mio nonno è morto…
Ma questa è tutta un’altra storia.

Cambia il tuo sguardo

  • agosto 9, 2014 at 19:44

Guardare gli altri senza pregiudizi, senza filtrare tutto attraverso “noi stessi”.
Guardarli con altri occhi. Gli occhi dell’attenzione.

Sarebbe meraviglioso…

 

Segni del destino

  • luglio 18, 2014 at 12:30

Pedalando in bicicletta… la domenica mattina.

Chi è che la cantava?
Occhei, è venerdì… ma sempre pedalando si va.

E pedalando, stamane, son passata davanti ad una chiesa in ristrutturazione e ho sentito la necessità di entrarvi.

C’era silenzio, tra una martellata e l’altra.
Penombra.
Profumo di cera calda.
Delle vetrate colorate rallegravano l’ambiente con le loro tinte forti e vivaci.
Mi sono avvicinata ad una Bibbia aperta e ho letto un pezzo di Salmo. Molto attuale per i pensieri che vagavano nella mia mente da ieri sera.

Ringrazio in cuor mio le parole delle Sacre Scritture e la mia domanda sempre aperta.
Chiedi e ti sarà dato.
Chi è in cerca di risposte le avrà, bisogna solo sapersi mettere in ascolto.
Le risposte arrivano, a volte anche solo piccoli suggerimenti, alcune sono solo semplici e luminose conferme.
Ciò che manca, spesso, è la sensibilità per vedere tutti i messaggi di cui l’universo ci riempie la vita, ogni giorno.
Le coincidenze vengono troppo sovente condite via come “casuali”, ma la sincronicità fa parte dell’esistenza umana dai tempi dei tempi.
Bisognerebbe fidarsi di più.

Son lì che rifletto su queste cose e mi si affianca una signora di una certa età.
“Non si potrebbe entrare qui in canottiera…” mi comunica sorridendo.

La osservo sorridendo a mia volta.
Non mi sembra intenta ad ammonirmi, nonostante la mia giovane… e sottolineo ‘giovane’ età. Sembra più decisa a dispensare insegnamenti, o meglio, consigli amichevoli.

“Io penso che Nostro Signore sia più contento del fatto che qualche minuto fa abbia sentito l’esigenza di passare a salutarLo e ringraziarLo che, piuttosto, se avessi rimandato la visita solo per “educazione”. Anche perchè l’educazione è umana, non divina. Abbiamo scelto noi di doverci creare pudore per un corpo creato a Sua immagine e somiglianza. Signora, sono convinta che Gesù sia felice della mia visita a spalle scoperte. Ci stavo parlando proprio ora, e non mi ha rimproverato per questo!”

La sciura mi guarda di traverso, cercando di decidere se prendermi per squilibrata o no. Fa fatica a decidere, lo sento. Quasi quasi l’aiuto…

“Signora, nel mio dialogo con Dio io non chiedo scusa, io ringrazio. Non esiste un Dio che ci ha messi al mondo per punirci e per dirci come NON dobbiamo vivere. Che le cose si facciano con amore, questo desidera Dio per noi. Ma ci ama ugualmente…”

Occhei, ha optato per la squilibrata.
E’ venuto il momento di salutare.
Sorrido al crocifisso ed esco.

Entro in un bar a prendere la mia dose di caffeina quotidiana e continuo la mia riflessione sui segnali e su ciò che ho detto alla signora in chiesa, cioè che Dio ci ama in ogni modo e secondo me ci tiene pure a farcelo sapere.
Così, mentre ho la testa per aria, il barista mi porge un marocchino con sopra un cuore di cioccolato.

Sorrido come una scema.
No, non al barista che tra l’altro è totalmente ignaro dei miei pensieri…
Chiedi e ti sarà dato.
Et voilà.
“E’ un messaggio… angelico, vero?” chiedo tra me e me.

Esco e vado a sganciare il lucchetto della bici.
Allo stesso palo c’e una signora che tenta di legare la sua.
“E’ sua questa bela bici con i fiori?”

“Sì, signora. Se aspetta un secondo gliela tolgo, così riesce ad agganciarla meglio.”

“E’ che io non riesco mai a legarla, mi sa che questa catena è troppo corta…”

“Aspetti che l’aiuto io. Ci proviamo, secondo me basta per fare il giro del palo. Ecco, la infili in questo buco qua… La prendo io?”… Clic… “Ecco fatto! Ha visto che c’è riuscita?!!”

“Grazie mille! E’ vero, era abbastanza lunga! … Lei è davvero un angelo, sa?!”

Occhei, occhei… non dubito più e so che mi ami.
Però Ti chiedo un favore… non smettere mai di ricordarmelo!