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Il buongiorno si vede dal buongiorno

  • aprile 7, 2015 at 22:29

A volte penso che Fantozzi in confronto sia un dilettante.

Ci sono quelle giornate che partono storte e non si raddrizzano più.
L’importante è divertirsi, anche in quelle giornate.

Verso l’una prendo la lista, le borse e scendo in garage con l’intenzione di andare a fare la spesa, causa frigo vuoto, piangente, in cui l’eco della solitudine <<C’è nessunooooooooooooo??>> rimbomba come la particella di sodio nell’acqua Lete di cui, ad essere sinceri, non si hanno più notizie da un bel po’.
Non che io non riesca a prendere sonno per questo, me ne sono fatta una ragione… era giusto per dire.

Infilo la chiave, giro e … BRUBUBUBUBUBUBU…… BRUBUBUBUBUBUBU…..
“Che fai? Non parti?”
BRUBUBUBUBUBUBU…… BRUBUBUBUBUBUBU…..
“No…non parti.”

Da brava figlia di Mc Gyver, il mio dirimpettaio di box, e mogile, mi ritrovano con le mani in pasta dentro al cofano, mentre parlo empaticamente alla batteria, nel tentativo di convincerla che non è ancora giunto il momento della sua precoce dipartita.

Tizio, di cui mi fido ciecamente, mi dice che è il caso di chiamare il meccanico, invece di attivarmi al fai-da-te-della-ricarica-batteria come avevo preventivato.

Rompo i maroni al meccanico che ovviamente era a pranzo.
Alle due il sopracitato si presenta con un tizio sulla settantina (probabile tirocinante attempato dell’officina) e il booster.

Appizza le pinze, mi fa mettere in moto e:
“Wonder, va che non è la batteria!”

“Scusa??? Le candelette le ho appena cambiate, revisione pre viaggio da 400 chilometri fatta da poco, alternatore me lo hai sostituito tu l’altr’anno….”

“Quando hai fatto benzina?”

“Ieri sera, nel tornare a casa.”

“Non è che hai messo la benzina al posto del gasolio? Va che capita più spesso di quel che credi…”

“Ma nooooo! Ci sto attenta!” e nell’esatto momento in cui proferisco al mondo questa frase, la mia certezza comincia a vacillare, i dubbi ad insinuarsi nella mia mente laboriosa e la mia autostima a cercare una casa vacanza in cui chiedere esilio.
Ripercorro con la mente il ricordo: era tardi ed ero stanca e piena in fase digestiva post prandiale di Pasquetta (che non aiuta), mi son fermata ad una pompa diversa dalla mia solita, tirava un vento della miseriaccia e infatti avevo in testa il cappuccio del giubbotto…. ed ero al telefono con mia madre!
Vedo il mio sguardo che si ferma sulla pompa nera del gasolio, ma non ricordo la mia mano cosa cribbio ha afferrato…..

“Ora… potrei anche modificare la mia versione in <<Non ne sono poi così certa d’altronde nella vita ho fatto di peggio>>???”

“Ma va che capita anche a uomini adulti che tra l’altro mi dicono di essere sicuri di non averlo fatto! Però devi chiamare il carro attrezzi e farmi portare l’auto in officina.”

Occhei.
Tanto io la spesa non la volevo fare.
Sarà un messaggio subliminale di dieta forzata, per fortuna non ho le bimbe a casa fino a giovedì, se no si davano al cannibalismo.

Chiamo l’assicurazione e successivamente il car service.
Perfetto, tra poco arriveranno. Tutto fila liscio come l’olio.

Alle quattro il carrattrezzista mi chiama al telefono: si è perso.
Dal tono di voce capisco che è una persona con una grandissima voglia di fare il suo mestiere e di comunicare col mondo
Il google maps cerebrale che è in me si mette in moto e recupero il carrattrezzista dalla brianza e dintorni.
Quando arriva, lo guardo in volto e capisco che probabilmente anche la voglia di vivere gli manca.
“Mi segua giù nel garage!”

Apro il cancello e controllo che il mega jeep mi talloni.
Giro nel corridoio di destra e sento che lui, con attenzione, conclude la rampa.
Svolto di nuovo e alle mie spalle sento un sonoro SGGRRRRAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAATTTTTT!!!!!!!

Mi paralizzo.
Faccio un respiro profondo e, nonostante abbia paura di ciò che potrei vedere, mi giro.

Il carrattrezzista ha semplicemente divelto un pezzo di cartongesso e lamina di un metro e mezzo almeno, facente parte della porta tagliafuoco del garage, con lo spuntone del suo carroattrezzi.

Scende e con tanta, tanta, tanta, verve esclama:
“…… Per me il muro non è alto 2.10 metri….. io passo anche a 2 metri…..”

Non mi escono parole e ci troviamo entrambi a fissare come due ebeti il pezzo di cartongesso sradicato e tutti i calcinacci per terra.
Nel silenzio delll’istantanea di questo momento, secondo me, si sentivano anche i grilli e le cicale tipici delle pinete sarde.
…CRI CRI CRI…. CRI CRI CRI….

Bene.Sposto i cadaveri, recuperiamo l’auto ‘a mano’ e la spingiamo in folle fino all’uscita.
“E’ la batteria…” esordisce il tipo vivace con quel carisma che lo contraddistingue.

“No, non è la batteria perc…”

“No, no. E’ la batteria…”

Chi sono io per demolire le certezze altrui?
“Certo… è la batteria… probabilmente non aveva voglia di vivere… anche lei.”

“… Comunque… quel muro lì è più basso… se avessimo un metro…”

Vado a casa a prendere il metro.
Mi fa misurare 4 volte l’altezza: non ci piove, anche se il mio metro arriva a misurare due metri è chiaro che i dieci centimetri in più sono presenti e tangibili, ma lui non si fida.
“Signora, metta il dita sulla tacca dei due metri, che così misuro bene il restante…”

Una volta avrei pronunciato la mia tipica frase “Ho ucciso per molto meno…” invece, serafica, lo assecondo.
Quell’uomo ha bisogno di assecondare i suoi tempi. Assecondiamo.

Carichiamo l’auto, usciamo dal garage per fare i trecento metri che mi separano dall’officina meccanica e in curva gli si spegne il mezzo…
Cominciamo bene!!
Davanti all’officina un gruppetto di tirocinanti over 65 assiste alla “messa a terra” della mia wondermobile.
Mi ricordavano tanto quei vecchietti che passano la giornata ad osservare i cantieri stradali…
Il carrattrezzista spegne il braccio meccanico e fa per spingere l’auto, ma non si accorge che il parafango è rimasto incastrato, poichè non ha fatto scendere completamente il braccio, così gli urlano all’unisono:
“IL PARAFANGO!!!”
Io mi metto le mani sugli occhi.
Continuiamo bene!!

Rimango in officina per il responso, dopodichè torno nel garage condominiale a scopare via i calcinacci e a mettere in sicurezza il sito, ormai archeologico.

Nel tornare in box, scopa alla mano, rifletto sul fatto che, oltre a dedurre che probabilmente la spesa non la dovevo fare, sono rimasta in pace per tutto il tempo in cui le avversità giocavano contro di me, in assenza di impeti o reazioni avverse di qualunque genere.
Centrata, in presenza, serena.
Questo stato ormai mi accompagna nelle mie giornate sempre più.
Ed è una grande conquista che mi fa star bene e mi fa essere in pace col mondo.

Dunque.. facciamo il punto… ho il frigo vuoto, la macchina dal meccanico fino almeno domani, una bella spesa extra non contemplata nel mese, non ho concluso niente questo pomeriggio, ho messo la benzina al posto del gasolio -cosa che potrebbe ledere seriamente la mia dignità, ma la mia dignità ha già preso il largo da un pezzo e non essendo perfetta mi vado bene così- ho contribuito passivamente ad un danno condominiale di notevole entità, devo scrivere all’amministratore contando che in questo momento non abbiamo un amministratore in carica, non ho niente da mangiare per stasera…

Recupero la wonderbike, esco per le vie della città pedalando e…
“Pronto… mamma… che ne dici se andiamo a farci una bella cioccolata con la panna?!”

La vita è meravigliosa.
Bisogna solo ricordarsi in ogni momento che tutto è perfetto così com’è.
Sempre.

La ZENnitudine

  • gennaio 16, 2015 at 13:07

Come fare a testare il proprio livello di pace interiore??

Basta beccare i pidocchi a due figlie alle 7.20 a.m. mentre le vesti per andare a scuola..

Mentre pensi che la terza è già uscita e non si sa…

Mentre, preparandoti a fare i trattamenti, ricordi con felicità che proprio ieri avevi cambiato tutte quante le lenzuola dei letti…

Sono decisamente soddisfatta del mio lato ZEN.

Il bambino interiore in chat

  • gennaio 14, 2015 at 17:47

“Ciao Wonder! Come stai?”

“Ipermegaraffreddata! E ritornata nel tunnel… Bimbe che si ammalano, compiti, casa, qc cliente, ex mariti, amici, parenti… Ma tutto questo con grande pace interiore. E tu?”

“Mmmmm… Sto bene. Preso con il lavoro… E i miei pensieri su quando iniziare a diventare grande.”

“Quindi in realtà lo sai che devi diventare grande! E sai anche cosa te lo impedisce?”

“Certo. Io.”

“Bene. L’importante è essere consapevole. Sia di chi te lo impedisce sia del fatto che tu scegli di permetterlo.”

“Diventare grande per me è dare una svolta ad una situazione che si protrae da tempo… La mia parte di ‘bambino’ che mi accompagna, me la tengo strettissima… non la allontanerei per nessun motivo al mondo..”

“E cosa aspetti a risolvere?
La parte di bambino ce l’hanno tutti quanti ma non è quella che deve comandare, che deve dirigere. La parte di bambino è quella che ci fa mangiare due cucchiai di nutella di nascosto perchè vuole essere coccolata, mentre la parte adulta è quella che glielo permette una volta ogni tanto ma sa che il suo bene non è farlo e mette delle regole.
La parte bambina è quella che cerca di stare bene CON qualunque mezzo, la parte adulta è quella che sa QUALE mezzo utilizzare per star bene in ogni situazione e se non lo conosce ancora, lo cerca e lo utilizza al meglio.
Il bambino è quello che cerca il suo bene puntando il dito o ‘aspettando’ che qualcosa cambi, senza cercare la sua responsabilità perchè vede che il suo mondo E’ lui.
La parte adulta è quella che si prende la responsabilità del proprio bene e sa che il mondo è condiviso con gli altri, ma che in realtà noi e gli altri siamo una cosa sola.
La parte bambina è quella che non vuole crescere e che pensa che per poterlo fare il tempo sia infinito…”

Sì, chattare con me a volte diventa impegnativo.
Poi ognuno, può sentirsi chiamato o no in causa, e deve sentirsi libero di utilizzare le mie “invasioni di campo” al meglio.

Però io ho avvisato.
Attiriamo nella nostra vita le persone di cui abbiamo bisogno in quel momento.
Chi attira me, attira anche le mie parole…

Ho imparato a vivere il presente, o almeno ci provo

  • luglio 9, 2014 at 22:11

Perchè rimaniamo delusi?

Perchè ci aspettiamo qualcosa che non viene soddisfatto.

Perchè le persone ci deludono?

Poichè non soddisfano le aspettative che noi gli avevamo caricato addosso.

Ma una volta che è chiaro, si può imparare.

Così capita che, dalla stessa esperienza, vissuta ancora una volta, si possa uscire indenni, proprio per aver imparato a non voler soddifare le aspettative, nè le proprie nè quelle promesse dall’altro.

Ci si rimane male?
Certo, o non saremmo umani, ma dura poco.

Ogni tanto capita di svegliarsi con un fanculo in bocca?
Può essere, ma bastano pochi secondi e svanisce, perchè realizziamo di aver già trovato la serenità e la pace anche senza quel fanculo e ritorniamo a cercare il nostro stato di benessere emotivo che ora sappiamo come raggiungere.

Come si fa?

Beh, io dico quel che serve a me.
Ho imparato a estraniarmi, staccarmi dal pensiero logorante, dall’emozione scalpitante.

Osservare me stessa, il pensiero, l’emozione (rabbia, paura, senso di inadeguatezza… qualunque essa sia) dal di fuori, come spettatrice.

Osservare senza giudicare, come un’osservatrice dell’Onu, ma senza taccuino degli appunti, perchè non serve una relazione, nè viene dato un voto o una sentenza.

Osservare e basta.
E capire che quel pensiero che spacca il cuore o assilla la testa, non sono io.
Quel pensiero è la mia mente che continua ad essere attaccata al passato, ma non sono io.
Mi chiedo perchè mi sento in quel modo, cosa mi ha ferito, perchè mi sono sentita ferita da quella situazione, prendendomi la responsabilità di aver permesso a qualcuno di farmi soffrire… e poi lascio andare.

Prendo consapevolezza ma non giudico.
Lascio andare serenamente perchè so che io non sono quella ferita.
Non voglio identificarmi in quella ferita, in quel pensiero, in quella frustrazione.
Non sono e non voglio essere io, quindi lascio andare.
Senza attaccarmi a quel che è successo, nè ad arrovellarmi su ciò che succederà o potrebbe succedere.

Sto nel presente.
Con il mio Essere presente.
Non sono quella che ero, nè quella che sarò.
Io sono ora.

E vedo che più riesco a stare nel presente, ogni giorno, più la mia vita è serena, gioiosa e in pace. Non perchè ho realizzato tutti i miei desideri, ma perchè riesco a non focalizzare la mia attenzione e la mia speranza su quei desideri, vivendo il momento presente con ogni mia singola cellula.

E questo dà una luce diversa ad ogni mia giornata.

Siamo tornate alla normalità!

  • gennaio 7, 2014 at 00:04

Era ora, queste feste iniziavano ad annoiarci…

Con l’Epifania, che tutte le feste si porta via, abbiamo smontato l’albero di Natale.
Ho portato su e giù scatole e scatoloni, come un muratore in pensione con la sciatica che riordina la cantina, mentre in casa la figlia grande e la figlie piccola tenevano compagnia alla figlia media che era  a letto con giramenti di testa e un leggero senso di vomito.

Ho messo in tavola trascinando la figlia gemente sul divano, la quale, nonostante i giramenti di testa e il leggero senso di vomito, si è scofanata un piatto di pastasciutta più grosso di me.
Alla frase (più gettonata del nostro universo familiare) “Mamma, ho ancora fame!” mi son permessa di rispondere “Amore mio, forse stasera non è il caso. Lo dico per te… e per il piumone del letto!”

Alle otto, orario di fine cena e messa  a letto della prole, quando ho chiesto a Nanà di ripetermi la poesia che doveva imparare a memoria nei giorni che era da suo padre, ho felicemente realizzato che non l’aveva imparata.
“L’abbiamo letta!”
Contando che sul foglio della poesia c’era scritto in un bel stampatello maiuscolo ‘CON L’AIUTO DI UN ADULTO LEGGI E IMPARA A MEMORIA QUESTA POESIA’, deduco che gli adulti frequentanti non conoscessero la lettura a tutti gli effetti.
Così Santa Madre Wonder si è messa a imparare la poesia natalizia con tanta celerità e passione.
Infatti io sono l’unica tra le due che l’ha imparata.
Nonostante io adori Gianni Rodari, cercherò di inculcarla in quella testolina bionda domattina nel percorso casa-scuola.

Bimbe a letto, panni da cucire in bella vista, ho deciso di aprire la posta elettronica che non vedeva la luce da parecchio e alla fine… eccomi qua.
A scrivere mentre penso che il 2013 è ormai alle spalle e un nuovo anno mi aspetta a braccia aperte.

Cosa voglio portarmi nel nuovo anno?
La serenità e la pace del cuore che spesso (ma non sempre) riescono a sostenere me stessa e le persone che mi circondano.
L’amore infinito per le mie figlie e l’impegno quotidiano nell’aiutarle ad affrontare la vita, con i loro strumenti, con il mio sostegno e con la nostra infinita Fede.
Appunto… la Fede in ciò che il Progetto Divino ha in serbo per me. Quel Progetto che ognuno di noi ha scelto prima di arrivare qui e che, come tale, ha un senso preciso. Ma che spesso, nel presente, non comprendiamo.

Cosa lascio andare?
Lascio definitivamente andare gli adulti che non sanno comportarsi da tali.
Lascio l’ostinazione a voler essere d’aiuto a chi aiuto non vuole.
Lascio le fatiche che posso scegliere di non portarmi dietro. E qualcuna in mente ho già.

Buon 2014 ad ognuno di voi.

Free Hugs, strani indivudui e la pace interiore

  • novembre 7, 2013 at 01:39

Questa mattina altre brutte notizie.
Sembra che nel quartiere ci sia una fuga di disperazione non controllata.
Mamma mia…

Mi si annulla l’impegno della mattinata, così mi propongo per accompagnare MadreNatura Sì a sbrigare altre faccende per lo sfratto: ha bisogno di sostegno.

Saliamo dalla scalinata del metrò in Piazza Duomo.
“MadreNatura Sì! Guarda! Free Hugs! Io vado a prendermi un abbraccio!” e mi incammino verso la sorridente ragazzina che, con il cartello in mano, distribuisce pezzi di buonumore.

“Ma no! Wonder, dai!”

“Suvvia! Son gratis! Vieni!”

“Ma no… ma io mi metto a piangere…”

“E non ci sarebbe niente di male! Se ne hai bisogno, ne hai bosogno.”

Ci avanza del tempo.
“MadreNatura Sì, andiamo in libreria. C’è un libro che non riesco a trovare in giro. E quando mi ricapita di venire in Duomo??”

“Perfetto! Anch’io ne devo cercare uno!”

Entriamo nella Grande Libreria. C’è da perdersi.
Mi ricordo a spanne i reparti.
Mi dice il titolo e cominciamo a spulciare.

Si avvicina un tizio, dall’aria strana, con le mani incrociate e fissate dietro la schiena con l’attack e gli occhiali un po’ calati sul naso.
“Cosa cercate?” mi sussurra da vicino. Troppo vicino.

Già ci aveva addocchiate quando MadreNatura Sì tentava di sganciarmi l’orecchino dalla sciarpa, mentre facevamo una cagnara non proprio degna di una libreria.

Sorrido forzatamente e rispondo:
“Un libro.”
A volte sono geniale senza rendermene conto…
Affianco MadreNatura Sì.
Lui pure.
Fa qualche commento che ho addirittura rimosso dalla memoria.
Cerchiamo di non dargli molta corda, ma lui è insistente.
Credo che non sia ferrato nel comprendere il linguaggio non verbale.

Ci trasferiamo nel reparto dizionari linguistici, nell’utopia di trovarne uno di Bengalese-italiano, Italiano-bengalese.
“Ah, ora siete passate a cose più impegnative??”

Tento di rendermi invisibile, ma non ottengo un buon risultato.
Punto sull’indifferenza.
Ma nemmeno quella sortisce l’effetto sperato: continua a pedinarci.

Lo seminiamo.

Mi ritrova nel reparto Religione, mentre prego che svanisca miracolosamente.

Riusciamo ad uscire indenni dalla libreria, senza psicopatico e senza libri.

“Ma è possibile che catalizziamo gli svitati?”

“Secondo me è avanti perchè cuccare in libreria vuol dire aver chiaro il tipo di donna che vorresti…” mi risponde MadreNatura Sì.

“Il fatto che ci abbia abbordato davanti al reparto di Psicologia dice tutto… secondo me non aveva chiaro nemmeno chi era lui!”

Quando giunge il momento di dividerci decido di fare una bella camminata sotto il sole che splende alto nel cielo autunnale.
Arrivo fino al Castello Sforzesco.
Il cielo è azzurro e limpido, l’aria fresca e serena.
Ripenso a tutto quello che è successo in questi giorni.
Eppure la Luce splende sopra ogni testa…
Signore, che questa Luce porti speranza a chi ne ha bisogno!

In tram mi sembra di essere in trance: ho gli occhi aperti che non guardano, perchè la mente è altrove.
Penso a tutte le amicizie che ho accanto, persone magnifiche e ne sono felice, consapevole che, se simile attira simile, qualcosa di loro dovrei averlo anch’io.

Penso alle persone a cui voglio bene, quelle che mi sono ancora vicino e anche a coloro che, nonostante l’affetto, non condividono più la loro vita con me.
Alcuni di loro mi mancano, parecchio.
So però che ognuno fa le proprie scelte e prende la propria strada.
Mi chiedo se, in caso di bisogno, mi chiamerebbero per chiedermi aiuto.
Mi chiedo se io avessi bisogno… se avrei su chi poter contare… ma mi rendo subito conto di essermi fatta una domanda sciocca.
Forse dovrei chiedermi se io avrei il coraggio di chiederlo l’aiuto.

Mi chiedo perchè non si possa vivere tutti insieme in armonia con gli altri e con il mondo, come un’unica parte di un tutto più grande di noi, di un tutto che anche da noi è formato e di cui siamo responsabili.
Se ci rendessimo conto che ogni volta che facciamo del male a qualcun’altro la stiamo facendo a noi stessi… le cose non sarebbero diverse? Non vivremmo nel più completo rispetto? E nella totale libertà di rispettarci a vicenda…

Sono a casa e ho i pensieri che sembrano un vortice infinito, che si innalza sempre più e gira, gira, allontanandosi velocemente.
Ho bisogno di prendere di nuovo il contatto con la Terra.

Non ho le bimbe, l’incombenza del pomeriggio la posso spostare.
Mi infilo i guanti, prendo spugnette, stracci, detersivi…

Tolgo la muffa dagli angoli del bagno, smonto i miscelatori e li pulisco, cambio il tubo alla doccia, svito e pulisco la ventola del bagno delle bimbe che non vede la luce da quasi otto anni, mi arrampico sopra un mobile per spolverarlo svuotandone una sola antina a scelta, lavo la mensola dimenticata della cameretta da tutte le incrostazioni di adesivi e scotch… il tutto con un’immensa pace dentro.

Non mi dedico alle pulizie (la casa rimane un lerciume) ma a quei lavori che non si fanno mai, i lavoretti di fino, quelli per i quali serve tempo e pazienza: il mio modo di meditare.

Non è facile per me acquietare la mente, mi aiuto canticchiando sottovoce.
Inginocchiata in bagno, sfrego il calcare nella doccia con lo spazzolino da denti e mi sento serena, sono felice.

E’ proprio vero che non dipende da COSA fai, ma da COME lo fai.

Scelgo di fare tutto ciò che faccio durante le mie giornate con amore e felicità.
E sceglierlo vuol dire pensarci… mentre compio qualunque piccola attività, mentre scambio qualunque semplici parole, mentre cucino quella frugale cena, mentre penso a quella persona lontana…

La pace che si ha dentro può rasserenare ciò che ci circonda.
La pace di ciò che ci circonda può rasserenarci dentro.

E’ un circolo vizioso!
Ma che bel circolo…

La felicità è una scelta di tutti i giorni

  • ottobre 29, 2013 at 00:16

Non la trovi in assenza di problemi.
La trovi nonostante i problemi.

Sabato la nostra amica naturopata mi ha detto che non ci ha mai visto così stanche, tutte e quattro.
E’ veramente un periodo intenso, di grandi cambiamenti, di impegni, di autunno…

Io mi accorgo di essere rasente al limite quando con le bimbe passo più tempo ad urlare che a parlare.
Sono paziente con tutto e con tutti… ma non con le bimbe!
Così mi son detta che devo far di tutto per portare più serenità possibile in casa e lasciar fuori la frenesia: fa meglio a me e fa meglio a loro.
Decido di prendere le cose più leggermente. Non con la leggerezza che dà poca importanza, ma quella che evita di “uccidersi” per riuscire a fare tutto, senza sentirsi in colpa.

Oggi, tra una visita ortopedica di Babet, il corso di nuoto delle due minori, varie ed eventuali, ho tentato di affrontare la giornata con più serenità e meno stress “mentale”.
Penso che il trucco sia pretendere di meno (più che dalle bimbe, da me stessa) e ascoltare di più i suggerimenti che, inconsciamente, con il loro comportamento da bambine, mi sanno dare le mie tre pupattole.

In effetti, anche se mi fanno sclerare, riescono a darmi quel non so che per farmi sentire gioisa, felice di esistere.

Al momento della buonanotte ho letto un libro a Babet e Nanà.
Era una vita che non lo facevo, sempre mille cose da fare, la paura che perdano minuti preziosi del loro prezioso sonno, il pensiero già alle “faccende” che mi aspettano…
Stasera lì nel letto, in mezzo a loro, sentivo una pace interiore profonda.

C’è sempre da imparare.

E amando non si può fare a meno di farlo.

Ed è sempre durante la buonanotte che escono con le domande del secolo.
“Mamma, ma come fai a sapere chi è la persona giusta?”

Sono rimasta un momento in silenzio, pensando a ciò che sarebbe il mio desiderio: la felicità e la pace. E son tornata con la mente ai loro sbaciucchiamenti di cinque minuti prima.
Non smettono mai di insegnarmi la vita…
Così sempre da loro mi è arrivata la risposta:

“La persona giusta è quella che, quando l’abbracci, ti fa sentire a casa.”

Dottorino sparasentenze vs Pace interiore

  • ottobre 3, 2013 at 23:55

Stamattina sono andata in posta e… era vuota!

Ma sarà chiusa?
No! C’erano tutti gli sportelli aperti, a mia disposizione!
Che meraviglia!

Sorridi che la vita ti sorride!

Dopo la felice esperienza sono andata alla ricerca disperata di un paio di jeans per Babet.
Ho trovato una commessa gentilissima e molto disponibile, aiuto indispensabile per trovare ciò che desideravo.
Non era la prima volta che mi vedeva. Mi dà del tu e abbiamo già avuto modo di scambiare qualche parola, specialmente sulle difficoltà di vestire tre bimbe con un conflitto esistenziale con i modelli odierni di pantaloni.

Mentre la collega mi cercava una taglia in magazzino, insieme a lei valutavo un paio di giubbotti.
“Ma sei sempre così calma?”

Penso al mio temperamento, ma rifletto sul fatto che, in effetti, non è la prima persona che me lo dice.

“Mmmm… con le bambine assolutamente no!”

“Beh, quello è comprensibile. Ma sei così pacifica… trasmetti una calma!!!!”

Cribbio che bel complimento!

“Mah… forse sì.”

Mi torna alla mente che qualcuno una volta mi disse:
“La tua gioia è contagiosa, la tua pace lo sarà.”

Parole magiche che si sono avverate.
Penso che anche questo cambiamento sia uno stato mentale raggiunto dopo un bel percorso e una scelta di fondo: avere un modo differente con cui vedere le cose.

Nel pomeriggio ho voluto vivere la mia calma serafica per qualche ora al pronto soccorso con Canterina.
Lamentava dolore ad un mignolo del piede da un paio di giorni, così, per sicurezza, siamo andate a fare due lastre.

Forse ero troppo calma nello spiegare il motivo della nostra visita all’infermiera dell’accettazione, poichè mi ha messo un bel codice bianco.
Stavo già pensando di montare la canadese per la lunghissima attesa quando, la dolce ragazza, dopo aver saputo che avevo altre due creature sparse per il mondo, mi ha cambiato il codice in un bel verde smeraldino.
Il mondo continua a sorriderci.

Abbiamo aspettato più di un’ora, ma senza lamentarci.
Davanti alla sala delle radiografie Canterina canticchiava a poco-bassa voce “Hoppa Gangnam Style”, mentre ascoltava musica con il suo mp3.
“Amore, abbassa la voce… Amore, fai poco macello… Amore, se non ti ammazzano loro chiedo io un bisturi in prestito!!”

Fatte le radiografie, veniamo accolte nello studio di un dottorino saputello che probabilmente aveva una decina di anni meno di me.

“Ma questa bambina non ha niente!” ha esclamato appena l’ha vista. Secondo me solo perchè Canterina canticchiava e sorrideva, gioiosa come sempre.

“Mi scusi, mia figlia ha fatto le lastre ai piedi. Quelle sono mani…” commento osservando il monitor davanti a lui.

“No, queste non sono le sue. Come si chiama la bambina?”

Già la mia simpatia per lui aveva preso la porta.
Osserviamo le lastre.
Niente fratture al dito.
Niente di rotto.

“Non ha niente. A cosa è allergica la bambina? A che farmaci?”

“All’ibuprofene.”

“Ecco, stavo appunto scrivendo ibuprofene… che altri farmaci prende?”

“No, noi non usiamo farmaci.”

Dopo questa affermazione il dottorino ha cominciato a guardarmi come se fossi una poveretta rincoglionita senza senno, in preda ad un fanatismo Hippy, reduce da un incontro ravvicinato del terzo tipo con i sette nani.

“E se ha dolore cosa le dà?”

“L’arnica.”

Occhi al cielo del simpatico medico junior.

“Si vede che la mamma non ti vuole bene!”

“Forse proprio perchè le voglio bene ho smesso di darle farmaci.” ho risposto accarezzando la testa di Canterina e tentado di dirle con lo sguardo Perdoniamolo, non sa quello che fa… e che dice.

“Signora, che lei non dia farmaci a sua figlia andrà bene a lei, ma non a me!”

Lo fisso immobile, pensando che sputargli in un occhio non sarebbe educativo nei confronti di mia figlia.

“Lei deve sapere che altri farmaci può prendere, con la sua pediatra” mi dice facendo ampi gesti, come se io fossi straniera “deve fare uno screening dei farmaci a cui è allergica!”

“Lo faremo.”

“Se deve prendere dei farmaci cosa fa??”

“Se DEVE prenderli glieli do. In vita sua ha già assunto antibiotici, e parecchi, raramente, ma usa la tachipirina…”

“Signora… –sospiro– la tachipirina non è un antinfiammatorio!”

Avrei tanto voluto rispondergli che ero consapevole del fatto che il paracetamolo non facesse parte dei Farmaci Antinfiammatori Non Stereoidei, ma fosse solo antidolorifico, antiepiretico e analgesico, del quale bambini e donne in gravidanza ne fanno largo uso… ma il mio obiettivo era andare a casa, non provare a tutti i costi chi avesse ragione e chi fosse l’arrogante cerebroleso.

“Va bè… le scrivo tachipirina… ma se le peggiora il dolore cosa le può dare?”

“Arnica per bocca e arnica in crema” esclamo in modo provocatorio, sorridendo.

“Aaahhh!” non ha saputo trattenere il dottorino.

Ho preso i fogli, ho preso la figlia zoppicante e mi sono avviata verso l’uscita, lasciando dietro di me una testa ciondolante, che scuoteva a destra e a sinistra, in senso di diniego, al pensiero di che razza di madre si era trovato di fronte.

Il dottorino sparasentenze.
Non c’è bisogno di esprimerlo un giudizio, per far capire che lo si ha formulato all’istante, nei primi sette secondi di visita, e mantenuto tale per tutto il tempo.

Gli è andata bene trovare me, Wonder-per-la-non-violenza.
D’altronde era così convinto delle sue ragioni. Chi sono io per dirgli il contrario!

C’è sempre un modo differente di vedere le cose.

Solo che non tutti lo sanno.

Stelle

  • agosto 30, 2013 at 00:36

Una bella serata tra amici.
Salutiamo tutti e ci incamminiamo verso la wondermobile.

Le bimbe contente e sazie.
Io rilassata e felice.

C’è quel venticello di fine estate, leggermente fresco, da infilarsi la felpa ma non abbandonare ancora i sandali.

Le bimbe si litigano il posto davanti, ma a parte il loro vociare regna il silenzio e il canto dei grilli.

Sorrido ripensando a parte della serata, inspiro avidamente l’aria salubre che arriva dal mare, alzo gli occhi al cielo stellato.

Miliardi di puntini luminosi illuminano la volta scura.
La via Lattea si distingue benissimo.
Automaticamente cerco il Carro. L’unica costellazione che so riconoscere, l’unica intrisa di tanti ricordi.

Mi verrebbe voglia di contare le stelle, ma sicuramente la mia cervicale non me lo permetterebbe.

Le bimbe mi richiamano all’ordine ma esito ancora un momento. Le stelle mi danno una pace…

E mi vien da ringraziare per quello che ho.
Da ringraziare per quello che ho avuto.
E sicuramente anche per quello che avrò.

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo (Mahatma Gandhi)

  • agosto 16, 2013 at 23:13

“La pazienza messa troppe volte alla prova diventa rabbia.”
Publilio Siro

Cazzo come c’ha ragione! ho pensato appena l’ho letto. Anzi, potrebbe aver ragione… diciamo che mi spiacerebbe provare che ha ragione. Pazienza contro rabbia… chi vincerà??

Io mi arrabbio di rado.
E di solito succede con le bimbe.
Beh… le bimbe sono proprio un caso a parte.

Ho avuto modo di confrontarmi con la rabbia di altre persone e mi rendo conto però che io, per raggiungere questo status, ho lavorato, ho provato su di me le differenze, e alla fine l’ho conquistato.
Prima pensavo che ci fossero cose o gesti o persone con cui fosse ‘giusto’ arrabbiarsi, quindi mi rendo conto che non è facile dire a chi con la rabbia è abituato a conviverci, che la rabbia non serve.
O comunque non serve con me.

La rabbia può a volte essere utile per essere efficienti, se vogliamo trovare la sua funzione di sopravvivenza.
Occhei, ma ti deve rendere efficiente!
Se non lo fa… bisogna lasciarla andare.

La rabbia ha la capacità di fomentare altra rabbia senza che nemmeno te ne accorgi.
Per questo quando mi viene un pensiero rabbioso cerco subito di eliminarlo, cercando cosa di amorevole ci possa essere in quella persona, in quella situazione.
Lo diceva anche il Dalai Lama:
“Per sconfiggere la forza di emozioni negative, quali rabbia e odio, uno dei metodi più efficaci è quello di coltivare emozioni a loro opposte, e cioè amore e compassione.”

Con la rabbia non c’è dialogo.
E quindi non c’è possibilità di comprensione.

Con la rabbia è meglio non esprimersi, pena il pentimento di aver detto qualcosa di troppo, qualcosa di non vero, qualcosa che ha ferito.

Quando ci si arrabbia non sempre è facile gestire la rabbia.
E’ decisamente più facile che sia lei a gestire te.

Io non so più restare arrabbiata.
Non riesco a tenere il muso, nemmeno se ho ragione, tanto a cosa serve??
La cosa importante non è aver ragione.

La rabbia ti fa perdere le opportunità che la vita ti dà, e se le lasci sfuggire… quanto tempo dovrai aspettare prima di rivederle?

“Ieri è storia, domani è mistero, oggi è un dono. Per questo si chiama Presente.
(dal film “Kung Fu Panda”)

Vivere i doni del presente è la cosa migliore da fare.
Viverli in armonia con se stessi è doveroso.
Viverli in armonia con gli altri è auspicabile.

Solo così ti potrai accorgere di come gli altri siano dono per Te.