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A fare la mamma in fondo ci si diverte

  • febbraio 16, 2015 at 00:31

Ogni tanto mi soffermo a guardare la fatica di tirar su tre creature celestiali, ma immediatamente mi sovrasta la bellezza di questo impegnativo compito che ho scelto, più o meno consapevolmente, e la fatica si fa da parte.

Crescere tre figlie secondo natura, in modo che diventino tre donne adulte felici, serene, consapevoli e libere.
Ecco la mia missione, il mio obiettivo. E giorno dopo giorno, anche quando sclero, tento di tenerlo ben presente nella mia mente, sempre molto occupata nel tentare l’impossibile sfida di non sbagliare, di impersonificare quel genitore degno e rispettoso che ognuno di noi dovrebbe essere con i propri pargoli, a qualunque loro età.

E devo essere sincera che spesso mi diverto anche.
Ad ogni figlia il merito, nel suo piccolo,  o nel suo grande, di riuscire a farmi sorridere e aiutarmi così a ritrovare velocemente la serenità, che ogni tanto sguscia via furtiva per lasciare spazio alla frenesia.

Canterina non è una cima in inglese, causa trascorsi scolastici che non l’hanno aiutata ad amare la materia e, forse, anche per la sua non-propensione per le lingue straniere.
Così, quando riesco, ultimamente tento di seguirla un po’.

Settimana scorsa c’era un brano da tradurre: la nascita di New York.
“SCAISRRPPRRPPR…”

“Skyscrapers!”

“SCAISCHERPPRR… quella roba lì… cosa vuol dire?”

“Dai amore, questa è facile. Sky-scrapers… Cos’è SKY??”

“Un canale del digitale…”

La sua convinzione nel dirlo non mi ha dato possibilità di replica.

The British took the town…”

Leggo la traduzione di Canterina:
“Diedero alla città un tocco britannico…”

Non ce l’ho fatta. Ho riso per mezz’ora.
In realtà avrei voluto piangere, ma non sarebbe cambiato nulla.

Nel frattempo Babet, emersa dal suo mondo galleggiante per un breve lasso di tempo, sempre troppo breve a mio avviso, inizia con le sue domande esistenziali, chiedendomi a tradimento se l’uovo che si mangia in realtà è un pulcino.
“Amore, in teoria sarebbe potuto diventarlo se la gallina l’avesse covato. Ma non l’ha scaldato con il suo sederone, dandogli la possibilità di diventare pulcino, perchè le uova vengo prelevate subito per darle alla distribuzione alimentare.”

“Ma quindi sarebbe il pulcino?”

“Beh, sì. Il rosso dell’uovo è un pulcino mancato! Se vogliamo essere nudi e crudi, dentro al guscio dell’uovo praticamente c’è il feto del pulcino che deve nascere!”

“E il bianco cos’è? Il liquido AMBIOTICO??”

Non è detta l’ultima parola

  • ottobre 14, 2014 at 23:12

“Che occhi grandi che hai!”

Sì infatti, da piccola mi finiva tutto dentro negli occhi… una dannazione!
Una volta anche un pezzo di corteccia del pino sul quale mi stavo arrampicando.
Mi ha lasciato il segno.

“Che pazienza che hai!!”

Me lo dicono spesso (fuori casa…), ma penso che non sia mai abbastanza, visto che stasera mi sono ritrovata a sbraitare con le figlie come una pazza furiosa sull’orlo di una crisi di nervi, tanto che mi è andata via la voce!!!!!

Il peso di essere da sola a “crescerle” a volte si fa sentire, così esplodo.

Crescerle non vuol dire “tirarle su”, non vuol dire sfamarle, vestirle, mandarle a scuola, accompagnarle alle attività che preferiscono o che sono utili, alle visite mediche, curarle, farle divertire.
Quello è un peso meccanico.
Crescere è tutto il resto.
E’ educarle, al rispetto degli altri ma prima di tutto di se stesse.
E’ aiutarle ad essere intelligentemente critiche con sè e col mondo, è renderle capaci di essere autonome e non dipendenti da cose, o persone, o ideologie.
E’ spingerle alla ricerca della loro missione di vita, lavorando affinchè ciò che si portano dietro, dal passato e dal presente, non le zavorri in questa fondamentale missione.
E’ renderle così forti da superare ogni evento che mina loro la strada e che rallenta la loro corsa verso la Luce della loro vita.
E’ tentare di instillare loro la curiosità di conoscere e sapere, di domandarsi e cercare le risposte.
E’ educarle alla cooperazione e all’amore del mondo.
E’ farle sentire amate.
E’ amarle perseguendo, nonostante tutto, il loro bene, anche quando è faticoso, difficile, senza tempo, controcorrente.
E’ donarle al mondo con un ottimo livello di consapevolezza.

E quindi mi pento subito, perchè so che sto solo buttando la mia stanchezza sulle loro spalle.
Così mi ritrovo a scusarmi, a cercare insieme con calma le soluzioni, a dir loro quanto le amo e ad ammettere che non sono perfetta… uffa… di nuovo..

Cazzo che fastidio non essere perfetta!

Beh… ci posso sempre provare:

<<Non è mai troppo tardi per diventare quello che vuoi essere.>>
(George Eliot)

Tetris manageriale

  • maggio 8, 2014 at 23:51

Pensiero del giorno:

Un manager non ha la mia agenda di maggio.

Agenda tutta dedicata esclusivamente alle figlie.

Oculista, dentista, allergologo, nuovamente dentista, naturopata, saggio, saggio, saggio, gite, teatro, spettacoli di amici, spettacoli di genitori, spettacoli di figlie, feste di fine anno, pic nic di fine anno, pizzate di fine anno, colloqui di fine anno, fila in comune per iscrizioni centri estivi, fila in comune per iscrizione in colonia… Il tutto intervallato da malesseri generali con recuperi da scuola e una quinta malattia, incubata, fatta e diagnosticata dalla mamma-da-grande-farò-la-pediatra con visita di 4 minuti e mezzo per conferma dalla dottoressa e riporto a scuola dell’infante. Perchè ormai non era pià contagiosa, anche se maculata. Mamma senza cuore…

Stamattina ho ricevuto un concentrato di chiamate per spostare appuntamenti medici di routine che, fortunatamente, sono riuscita ad incastrare nel marasma di Maggio.

Maggio. Mese della Madonna.

Ci sarà un perchè!!!

Le mamme non sono mai arrivate…

  • aprile 26, 2014 at 21:09

Questa è una delle volte che voglio affidare le mie riflessioni e le mie incertezze a carta e penna…

Giornata bellissima.
Matrimonio di Zia Ebe.
Sobrio, felice, spensierato.
I bimbi hanno giocato senza litigare (miracolo!) tutto il giorno.
Poi al parchetto, nel tardo pomeriggio, un episodio mi porta alla luce le difficoltà relazionali di una figlia, la maggiore.

Inizio a valutare, analizzare il problema dal mio e dal suo punto di vista, cercare soluzioni di aiuto che non minino la ricerca di autonomia della “ragazza”.
Tutto nella mia mente.

E alla fine non posso fare a meno di chiedermi se, come madre, sto facendo del mio meglio o ho perso qualche pezzo per strada.

Guardo me stessa e… mi rendo conto che sono una persona che sta molto bene da sola.
Ho mille cose da fare e cerco sempre e comunque del tempo per me stessa, conquistandolo a fatica, ma sentendone la viva necessità.
Sto bene con le mie figlie e cerco di passare del tempo di qualità insieme, noi quattro, anche se spesso si fa fatica (forse anche perchè passo con loro week end alterni… è come se sentissi il tempo dimezzato). E’ per me un modo per lasciare buoni ricordi nei loro cuori, ma anche per conoscerle e capirle, cosa che non succederebbe se le “incrociassi” solamente all’ora di cena.
Sarà poi per la situazione “single con 3 figlie” ma non abbiamo spesso inviti per cene o merende, e io mi rendo conto di essere sempre con l’acqua alla gola per avere tempo e voglia di avere qualcun’altro in casa, così le situazioni di socializzazione sono ridotte al minimo.
Poche ma buone, mi direi. Ma lo direi con il mio adulto, affaticato giudizio.

Mi rendo conto allo stesso tempo che Canterina sta crescendo e ha bisogno di trovare amicizie che siano “sue”, anche se la sua difficoltà salta all’occhio.

Con le sue compagne non si trova molto. E’ ancora un po’ “piccola” rispetto loro.
Forse perchè è di dicembre, forse perchè convive con due sorelle più piccole, forse perchè non ha mai avuto modo di passare sufficiente tempo con le sue coetanee.

Così torno alla mente a questi ultimi anni e mi rendo conto che gestire da sola tre figlie non è e non è mai stato semplice.
Incastrare tutti gli impegni, richiedere a volte atti di responsabilità alle più grandi, far quadrare tutti i pasti, gli orari e i bisogni di tutte e tre, con le loro diverse età e le loro differenti esigenze.

Sì, lo so. Tutte e tre hanno sacrificato qualcosa. Direi anzi tutte e quattro.
A volte mi dico che per far andare avanti la baracca sono quasi obbligata a “dirigere” una caserma o non riuscirei a portare avanti il tutto, sopravvivendo fisicamente ed emotivamente.

Adesso sono qua, di fronte a me stessa, ad ammettere che non è stata una passeggiata e, nonostante i risultati siano… ottimi, abbiamo veramente dovuto sacrificare qualcosa tutte quante.

Io da adulta sono riuscita a raggiungere mete che parevano irraggiungibili e sono orgogliosa delle mie conquiste.

Ma loro…
Loro non hanno mai chiesto di sacrificare qualche pezzo di vita…
Si sono dovute adeguare a qualcosa che io, noi adulti abbiamo gestito nel modo che A NOI è parso migliore.

Sono consapevole che la buona fede è sempre il motore che spinge a scegliere e ad agire, ma non posso fare a meno di chiedermi se non avessi potuto agire in un modo diverso… migliore per loro.
Non posso fare a meno di domandarmi se tutta questa situazione non abbia influenzato ambiti della loro vita in modo serio e duraturo. Pezzi di loro stesse che faranno fatica a rimettere insieme.

Così… con il magone che mi sale… l’unica cosa che riesco a dirmi è che non voglio giustificarmi dietro ad un “ho fatto del mio meglio” o ” è stata una fatica assurda e ancora lo è”, vero che sia.

E ancora una volta ho chiara davanti a me la mia imperfezione.
Il mio non essere ancora arrivata.
Il rendermi conto che con Canterina è sempre in agguato la scoperta della vita. Nuova anche per me.
Il sapere di non poterle difendere da tutto e tutti e preservare la loro innocenza e la loro bontà.
L’essere comunque da sola ad affrontare certi aspetti della loro crescita.

Posso ‘crescere’ finchè voglio, ma la realtà è che da me dipendono tre creature uniche e splendide.
E da me prendono tanto, tutto ciò che si portano e si porteranno dietro in eredità.

Posso essere stanca di pulire, di cucinare (quello sempre), di fare i compiti, di pagare le bollette, di correre a destra e sinistra, di fare fatica ad arrivare a fine mese, di non essere ascoltata da una piccola mandria di bufaline in ammutinamento…

Ma credo che tra i compiti di un genitore sia d’obbligo il chiedersi quanto e quando si può migliorare, quanto e quando si può dare di più, quanto e quando si può aiutare maggiormante i figli ad affrontare con SERENITA’ ed AUTONOMIA il mondo.

Non basta insegnar loro ad essere gentili e generose.
E’ necessario che sappiano affrontare anche chi le tratta male e con egoismo.
Non basta insegnar loro l’amorevole consapevolezza delle loro scelte.
E’ doveroso che sappiano affrontare anche situazioni in cui gli altri scelgono, e scelgono con cattiveria.

Non basta insegnar loro ad amare.
Devono imparare ad essere VERAMENTE SERENE anche quando nessuno, oltre a loro, sceglierà l’amore.

E questo, sinceramente, non riesco ancora farlo…

Ipotesi di reato 2 – l’opzione mancante

  • aprile 14, 2014 at 12:34

Mi era sfuggita un’opzione, riguardo la latitanza dal blog, nel mio infinito ottimismo…

Poi ieri sera è accaduto di nuovo.

Ho imprecato fino a notte fonda dietro la stampante che non si riconosce più, una crisi di identità, e il pc che schifa la connessione wifi.

Non ho ancora risolto.

So che è una congiura per mettere alla prova la mia pazienza, ma non ce la faranno.
C’ho il silos ancora pieno!

Ma la domanda mi nasce spontanea… magari dovuta al sonno…

Perchè non torniamo alle missive, agli ambasciatori che non portan pena e ai piccioni viaggiatori??
Così quando il piccione non va, invece che sistemargli il driver, basta tirar fuori il sacchettino di miglio ed è più contento lui… e pure tu.

Stronzaggine: a chi troppa e a chi niente

  • marzo 28, 2014 at 15:15

Non possiamo cambiare gli altri ma solo noi stessi.

Continuo a dirlo alle mie figlie.
Quindi “lavoro a mille” su di loro, perchè riescano ad essere malleabili per vivere (e a volte sopravvivere) al meglio nella jungla quotidiana che devono affrontare.

E poi si imbattono in situazioni faticose e sofferenti in cui, a freddo, non istintivamente, non in preda all’adrenalina di protettrice della cucciolata, no… a freddo, io da mamma che predica la non violenza e l’amore incondizionato, vorrei tanto spezzare in tanti pezzettini le falangi di alcune simpaticissime bambine e le falangette delle loro simpaticissime genitrici.
Ma mi accontento anche di un femore.

Ieri Babet mi esce di scuola piangendo.
Il giorno prima avevamo passato due belle orette ad una riunione di classe a parlare proprio di “certe” questioni e nemmeno ventiquattr’ore dopo, la mia bambina subisce vessazioni da due sue compagne.

La mamma di una di queste, alla riunione, continuava a ridere delle “malefatte” descritte dalle maestre, come se fossero stupidate senza importanza. Mentre l’altra insisteva nel dire che bisognava utilizzare più rigidità e metodi punitivi.
Io me la immaginavo a casa che sgrida la figlia indossando un elmetto e brandendo un frustino.

Tale madre… occhei.
Non è colpa dei bambini… occhei.
Ma a queste fanciulle di ormai 9 anni qualcuno dovrà spiegare fin dove si può arrivare, quali sono i limiti da non superare, cosa significa rispetto e rigore.
Le nostre maestre sono veramente sante, bravissime dal punto di vista pedagogico, attentissime. Ma proprio come dicevo ad una di loro dopo la riunione, il lavoro è ottimo, l’intenzione buonissima, però se alle spalle non c’è una famiglia che direziona, insegna e sostiene… poco c’è da fare.

“Babet, non devi sempre subire! Miseriaccia, ogni tanto puoi anche reagire!”

“No, mamma, non posso.”

“Come non puoi?? Ma se uno ti fa male devi star lì a prenderle?”

“Non bisogna reagire con la violenza ma bisogna andare a dirlo ad un adulto.”

La mia patata ligissima alle regole, che non sgarra nemmeno sotto bombardamento atomico! Secondo me tra poco saprà recitarmi la Costituzione a memoria…

“Ho capito, amore. Io son la prima a dire che è sbagliata la violenza, ma in quest’occasione un bel cartone in faccia ci stava d’incanto…”

“E poi sgridano me!”

“Tesoro, domani vengo con te a scuola a parlare con la maestra, come han chiesto loro in casi del genere. E glielo dico io che ti ho dato il permesso di reagire, occhei?!”

Tanto non lo farà mai.
Babet non ne è capace. Buona com’è.

Solo con le sorelle riesce ogni tanto ad inveire, sfogando tutta la sua parte “trattenuta”, ma con gli altri no… piuttosto si taglia un braccio.

“Amore della mamma, ascoltami bene. E’ giusto essere buoni e gentili, anche con chi ti è “nemico”, come diceva Gesù, ma questo non vuol dire star lì a prenderle. Gesù diceva anche ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’, che vuol dire che per amare gli altri devi essere innanzitutto capace di amare te stesso. Prima di tutto. Prima di ogni cosa. Subire la sofferenza senza chiedere il rispetto, del tuo corpo e della tua persona, non è volersi bene. Non sentirti in colpa se ti difendi. Difendi qualcosa di prezioso. Qualcosa che io ho fatto con tanta fatica e tanto amore… la mia bambina!
“Noi siamo liberi di scegliere di voler amare chiunque, anzi, è proprio il messaggio più bello che ci possa essere! Tu sei tanto buona sempre con tutti… Noi possiamo abbracciare, se siamo pronti, anche chi ci fa del male, se lui è pronto, ma non dobbiamo per forza ‘frequentarlo’. Quindi, non devi voler male a nessuno, ma fammi la cortesia di non giocarci più insieme e di allontanarti se loro si avvicinano.
“E se ricapita ancora… beh, la mamma da parte sua andrà in missione ninja a gambizzare le loro mamme, ma solo dopo aver chiarito a parole e aver lanciato bombolette puzzolenti… o basta anche tua sorella Nanà dopo la minestra di fagioli. Però tu mi devi fare una cortesia. Te lo dirò con parole molto, molto, molto, molto, molto semplici: ogni tanto… un po’ più stronza… è buono!!!”

Come stanno le figlie?

  • marzo 19, 2014 at 19:32

Come stanno le figlie?

Una si gratta, ha fame, non ama essere contradetta e vuole a tutti i costi uscire con i roller.

Una ha più di 38 di febbre, non mangia, ha mal di pancia e la coccolite acuta, vuole stare “sempre con me”, quindi mi chiama e mi fa correre ogni singolo secondo semplicemente per dirmi… “Mamma, voglio stare sempre con te.”

La terza, nonostante abbia preparato solerte la borsa dei quaderni per andare da papà, dimentica i libri scolastici a casa, in posti impensabili dove un libro scolastico non si era mai visto, e mi tocca stanarli, vestirmi e portarglieli anche se non dovevo uscire giusto perchè le voglio un mondo di bene… e perchè anche voi al mio posto avreste fatto così.

Stasera sono da Homo.
Ho tempo di respirare, di ricaricarmi prima che arrivino domattina presto e soprattutto di organizzare… la festa per la mia santificazione.

Cosa voglio di più dalla vita??
Un Tucano.

No… non un Lucano, proprio un Tucano.
Perchè per darsi alla fuga in moto fa ancora un po’ freschino…

Ah, beh… E poi un centauro azzurro, che col suo enduro mi venga a prendere e mi porti via!
Ma questi son dettagli.

Le malattie infantili e il non accontentarsi più

  • marzo 18, 2014 at 00:04

Sbuffo…

Du’ palle…

Ma basta…

Ghe la fò pù!

La “probabile” scarlattina di Babet mi ha devastato l’umore.
Mi sento semidepressa e stravolta.
Direi che ogni tanto si potrebbe anche fare una pausa.

Tante cose insieme, come al solito, poche ridottissime pause di respiro ma tante pause di riflessione.
E chi smette mai di pensare??

Accadono cose previste e impreviste, tutte contemporaneamente.

E se non ci si ferma a riflettere un momento, si adotta automaticamente il solito comportamento con cui si affrontano le situazioni.
Che può essere un bene, quando si è soddisfatti dei risultati.
Ma quando si desidera cambiare il risultato, l’unico modo per farlo è modificare la forma pensiero che ti ha portato fin lì.
Come dire… se non vuoi rivivere la stessa situazione, devi cambiare. Te stesso, come sempre.

E anche in mezzo alla stanchezza quotidiana son riuscita, con sufficiente lucidità, a capire che c’era qualcosa che io avrei dovuto modificare di me stessa: imparare a darmi il giusto valore.

Le persone si dividono in due grandi categorie: coloro che sono incentrati su loro stessi e coloro che non sanno dire di no.
I primi vivono distribuendo agli altri le colpe, i secondi vivono con i sensi di colpa.
I primi scandiscono le situazioni con i loro personali tempi di reazione, gli unici che conoscono, i secondi subiscono i tempi del mondo che li circonda, non riuscendo spesso a seguire i propri.
I primi si chiedono raramente come stanno gli altri, i secondi è la cosa più frequente che si chiedono, quasi fosse un tarlo.

Da cosa dipende la tendenza ad appartenere ad una o all’altra categoria?
Educazione, abitudini, credenze…
Scardinare queste inclinazioni è più difficile, tanto più vi abbiamo vissuto assieme.

Beh, riconoscerle, come sempre, è il primo grande passo.
Riconoscere, poi, quando si stanno attuando è il secondo.
Fare qualcosa per cambiare e non frequentarle è ovviamente il passo più faticoso.

Mi capita di rendermi conto di fare spesso le cose per senso del dovere, per non far soffrire o dispiacere, mettendomi sempre nei panni degli altri…ma a volte poco nei miei (ho preso tutto da mia madre).

Ci sto lavorando da parecchio, a quel sano egoismo che le persone con carente autostima dovrebbero avere sempre in tasca in ogni occasione.
Con buoni risultati.
Ma ci ricado.
Con la fatica a dire di no, unita al senso di colpa o la paura di sbagliare nel riuscire a dirlo.

Allora che fare?

Oggi ho scelto di volermi bene.
Ho deciso di amare prima di tutto me stessa.
Perchè se non lo faccio io, non potranno farlo nemmeno gli altri.

E sinceramente so di valere di più di un semplice “Beh, io ci ho provato…”.
Penso di meritarmi tanto, tanto e ancora di più.

Che fatica lasciar andare

  • marzo 10, 2014 at 01:51

Un’amica mi ha scritto:

<<Lasciar andare non significa non interessarsi,
ma smettere di credere di aver potere al posto degli altri.
Lasciar andare non significa fregarsene,
ma lasciare che l’esperienza sia consigliera, non le parole.
Lasciar andare non è vittimismo,
ma la profonda certezza che spesso gli effetti non dipendono da noi.
Lasciar andare non è cedere ai fardelli della vita,
ma credere che siamo nati per uno scopo elevato.
Lasciar andare non è di domani,
ma è di un oggi che aspetta di essere vissuto…>>

Hai ragione, su tutto.
A volte però viene richiesto un impegno ancora maggiore, direi da… Terzo livello, e cioè lasciar andare quelle proprie parti oscure, quelle che ti bloccano e ti impediscono di vivere le stesse esperienze in maniera diversa.

E’ un impegno che si prende chi ‘sceglie’ di lavorare su se stesso in maniera profonda, più profonda di un lavoro a livello emozionale o mentale.
Chi sceglie di “cambiare” seriamente deve saper riconoscere di avere delle parti oscure, dei meccanismi che riportano sempre a compiere gli stessi errori, le stesse dimaniche.
E l’impegno è verificare questi meccanismi, riconoscerli… e fare di tutto per non frequentarli: lasciarli andare.
Ma non basta farlo durante una condivisione, un meeting, un seminario e poi tornare nel mondo come eravamo esattamente poco prima.
Il lavoro più duro è portare tutto ciò nella vita di tutti i giorni.

E’ difficile farlo.
Ma solo così si potranno salire i gradini della consapevolezza.

Quindi amica, lascia andare chi hai scelto di lasciar andare.
Con dolore, con tormento, con fatica, con la piccola vacillante certezza che è il meglio per te.
Sono con te.
Ma aiutati poi a liberarti di tutti i legami che ti hanno riportato più e più volte a rivivere la stessa situazione, perchè tu possa vivere veramente il cambiamento.

Che non significa cambiare persona.
Significa cambiare vita.
Poichè quando tu non sarai più la stessa, inevitabilmente, non lo saranno nemmeno le persone che ti circondano.

Ti ricordi?
Vuoi cambiare qualcuno che ti ferisce? Prima di tutto cambia te stessa.
Quando lo sarai, chi hai di fronte… o cambierà a sua volta oppure uscirà serenamente dalla tua vita, perchè tu non avrai più necessità di “vivere” quell’esperienza.

Però poi, promettimi una cosa… che inseguirai ciò che il tuo cuore vuole ad ali spiegate, senza fermarti di fronte a nulla.
E se mai ti fermerai, non sarà la solita “colpa” degli altri (niente giustificazioni, prenditi le tue responsabilità!), ma sarà esclusivamente una Tua scelta.

Conclusioni geniali

  • gennaio 12, 2014 at 01:19

Canterina mi dice tutto, per fortuna.
Si fida, si sente ascoltata e compresa.
Tento sempre di aiutarla a stare meglio, ad utilizzare ogni esperienza come opportunità di crescita, a darle una visione migliore.
Cerco di avere sempre la parola giusta per lei.

Mentre le davo la buonanotte mia ha detto:
“Grazie mamma… Tu non sei solo la mia mamma, sei un’amica, sei tutto quanto… sei proprio speciale!”
Forse avrei dovuto registrarlo. Potrebbe tornarmi utile per gli anni a venire…

Comunque è bello sapere che se tua figlia ha bisogno di aiuto la prima persona a cui si rivolge sei tu. E’ una grande rassicurazione.

E così anche ieri sera, mentre ceniamo, Canterina esterna le sue delusioni e frustrazioni di preadolescente.
Sa che con me lo può fare e dà sfogo a qualche lacrima.

Guardo la mia “bambina” col cuore in mano.
Da una parte sono contenta di constatare che tutto il lavoro che ho fatto finora si sta rivelando utile e mia figlia ha piena coscienza del giusto e dello sbagliato, ragiona con la sua testa e non segue a pecorona le trasgressioni che i compagni ormai sfoggiano come ordine del giorno.
Dall’altra parte soffro con lei per quel suo sentirsi sola e paradossalmente “controcorrente” che le crea tanta pena e tormento.

“Tesoro mio, è proprio vero che è meglio essere soli che male accompagnati…”

“Ma io non voglio stare sola! Io voglio delle amiche!”

“Lo so tata, ma non sei sola, hai almeno due compagne in gamba con cui puoi…”

“Anche loro stanno cominciando a seguire Tizia e Caio!”

“Tesoro, io ringrazio il cielo che tu sia così intelligente da non volerti conformare a tutti i costi con le trasgressioni sciocche che propongono alcuni tuoi compagni e che attirano tanto gli altri. E’ faticoso, ne sono sicura, ma sono fiera di te, perchè sei una ragazzina intelligente e coscienziosa!”

Chiacchieriramo a lungo, mentre intervallo la consolazione per la figlia grande con ammonimenti per le sorelle.
“Nanà… stai un po’ ferma mentre mangi! … Babet, devi proprio pucciare il braccialetto nel piatto??”

Babet indossa un braccialetto stile rosaio, con tanti tasselli che sembrano delle mini-icone, raffiguranti figure religiose e della sacra famiglia.

Sto ancora parlando con Canterina che, ad un certo punto, Babet esce con una delle sue perle:
“Mamma… ma Gesù Bambino era viziato??”

Comincio a ridere.
“Ma come ti vengono certe cose, amore?! Perchè me lo chiedi?”

“Eh… aveva la veste bianchissima e elegante, la corona…” mi dice mentre osserva il suo braccialetto.

“Ma patata, così è come lo hanno disegnato e lo raffigurano spesso, ma non era sicuramente vestito così…”

“Seee, viziato Gesù Bambino!!” interviene la sorella grande e consapevole “Ma come faceva Lui ad esse viziato se suo padre era un taglialegna e sua madre era disoccupata?!?!”

C’ho ancora le lacrime agli occhi…