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Grata

  • dicembre 22, 2014 at 20:54

Andare a fare un seminario di gruppo, intenso, due giornate piene piene di emozioni e amore.

Conoscere e amare tante persone nuove, tante anime in cammino, alcune perse, alcune che si stanno ritrovando.

Vedere nei loro volti la me stessa di tre anni fa.

Constatare quanta strada ho fatto, quale strabiliante cammino di crescita personale ho percorso, quali cambiamenti, allora inimmaginabili, ho realizzato.

Essere lì per aiutare loro.

Imparare da ognuno.

Ascoltare la sofferenza e il dolore di ciascuno, che ognuno di loro sente forte e pesante come un macigno.
Vederli sbocciare pian piano e osservare i loro volti cambiare, distendersi e sorridere.

Constatare che purtroppo (o per fortuna) è sempre e solo dalle difficoltà che parte il cambiamento e la voglia di crescere e migliorarsi, di riscoprirsi anime in cammino, affrontando e imparando da ciò che la vita ci pone davanti.
Le difficoltà, in effetti, sono lì apposta per insegnarci quelle lezioni che “abbiamo scelto” di voler imparare, per evolverci nel nostro percorso di anime terrene.

Sapere che la nostra vita è costellata di lezioni da apprendere, ma che la scelta di imparare oppure no è solo nostra, la scelta di essere protagonisti della nostra vita o vittime dei brutti eventi non è di nessun altro al di fuori di noi.

Sapere che le 40 persone che ho di fronte hanno fatto questa scelta, solo per il fatto di essere lì a mettersi in discussione.

Essere grata di tutto ciò.

… Sono felice.

Non è possibile….

  • novembre 13, 2014 at 20:30

Lunedì primo giorno dopo lustri che tutte le bimbe erano a scuola.

“It’s a miracle!!!” avrebbe cantato Freddy Mercury.

Come sempre di corsa, dopo la scuola porto Babet ad atletica, con Nanà vado a sbrigare un paio di impegni inderogabili e poi torniamo a prendere la sorella.

… Quando ho visto che usciva dal centro sportivo zoppicando faticosamente come un’invalida di guerra, giuro che per un secondo mi è balenata in testa l’idea di mettere in moto l’auto e scappare… lontano lontano… fin dove mi portasse la benzina.
E poi spingendo l’auto. Oppure facendola trainare da due muli altoatesini.
Un secondo mooooolto lungo.

Uno stiramento che l’ha immobilizzata per circa 36 ore.
36 ore moooooolto lunghe.

Come mooooooolto lunga è la mia pazienza.

Qualcosa da espiare ce l’avrò…

Stronzaggine: a chi troppa e a chi niente

  • marzo 28, 2014 at 15:15

Non possiamo cambiare gli altri ma solo noi stessi.

Continuo a dirlo alle mie figlie.
Quindi “lavoro a mille” su di loro, perchè riescano ad essere malleabili per vivere (e a volte sopravvivere) al meglio nella jungla quotidiana che devono affrontare.

E poi si imbattono in situazioni faticose e sofferenti in cui, a freddo, non istintivamente, non in preda all’adrenalina di protettrice della cucciolata, no… a freddo, io da mamma che predica la non violenza e l’amore incondizionato, vorrei tanto spezzare in tanti pezzettini le falangi di alcune simpaticissime bambine e le falangette delle loro simpaticissime genitrici.
Ma mi accontento anche di un femore.

Ieri Babet mi esce di scuola piangendo.
Il giorno prima avevamo passato due belle orette ad una riunione di classe a parlare proprio di “certe” questioni e nemmeno ventiquattr’ore dopo, la mia bambina subisce vessazioni da due sue compagne.

La mamma di una di queste, alla riunione, continuava a ridere delle “malefatte” descritte dalle maestre, come se fossero stupidate senza importanza. Mentre l’altra insisteva nel dire che bisognava utilizzare più rigidità e metodi punitivi.
Io me la immaginavo a casa che sgrida la figlia indossando un elmetto e brandendo un frustino.

Tale madre… occhei.
Non è colpa dei bambini… occhei.
Ma a queste fanciulle di ormai 9 anni qualcuno dovrà spiegare fin dove si può arrivare, quali sono i limiti da non superare, cosa significa rispetto e rigore.
Le nostre maestre sono veramente sante, bravissime dal punto di vista pedagogico, attentissime. Ma proprio come dicevo ad una di loro dopo la riunione, il lavoro è ottimo, l’intenzione buonissima, però se alle spalle non c’è una famiglia che direziona, insegna e sostiene… poco c’è da fare.

“Babet, non devi sempre subire! Miseriaccia, ogni tanto puoi anche reagire!”

“No, mamma, non posso.”

“Come non puoi?? Ma se uno ti fa male devi star lì a prenderle?”

“Non bisogna reagire con la violenza ma bisogna andare a dirlo ad un adulto.”

La mia patata ligissima alle regole, che non sgarra nemmeno sotto bombardamento atomico! Secondo me tra poco saprà recitarmi la Costituzione a memoria…

“Ho capito, amore. Io son la prima a dire che è sbagliata la violenza, ma in quest’occasione un bel cartone in faccia ci stava d’incanto…”

“E poi sgridano me!”

“Tesoro, domani vengo con te a scuola a parlare con la maestra, come han chiesto loro in casi del genere. E glielo dico io che ti ho dato il permesso di reagire, occhei?!”

Tanto non lo farà mai.
Babet non ne è capace. Buona com’è.

Solo con le sorelle riesce ogni tanto ad inveire, sfogando tutta la sua parte “trattenuta”, ma con gli altri no… piuttosto si taglia un braccio.

“Amore della mamma, ascoltami bene. E’ giusto essere buoni e gentili, anche con chi ti è “nemico”, come diceva Gesù, ma questo non vuol dire star lì a prenderle. Gesù diceva anche ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’, che vuol dire che per amare gli altri devi essere innanzitutto capace di amare te stesso. Prima di tutto. Prima di ogni cosa. Subire la sofferenza senza chiedere il rispetto, del tuo corpo e della tua persona, non è volersi bene. Non sentirti in colpa se ti difendi. Difendi qualcosa di prezioso. Qualcosa che io ho fatto con tanta fatica e tanto amore… la mia bambina!
“Noi siamo liberi di scegliere di voler amare chiunque, anzi, è proprio il messaggio più bello che ci possa essere! Tu sei tanto buona sempre con tutti… Noi possiamo abbracciare, se siamo pronti, anche chi ci fa del male, se lui è pronto, ma non dobbiamo per forza ‘frequentarlo’. Quindi, non devi voler male a nessuno, ma fammi la cortesia di non giocarci più insieme e di allontanarti se loro si avvicinano.
“E se ricapita ancora… beh, la mamma da parte sua andrà in missione ninja a gambizzare le loro mamme, ma solo dopo aver chiarito a parole e aver lanciato bombolette puzzolenti… o basta anche tua sorella Nanà dopo la minestra di fagioli. Però tu mi devi fare una cortesia. Te lo dirò con parole molto, molto, molto, molto, molto semplici: ogni tanto… un po’ più stronza… è buono!!!”

Un forte abbraccio

  • marzo 23, 2014 at 15:03

Messaggio di Homo di ieri sera:
“Canterina… 38.2 …”

Ho subito chiuso il telefono e mi sono immaginata il pinguino di Madagascar 1 che, mentre riscendeva nel buco scavato per la fuga, diceva ad Alex la zebra, in stile ipnotico:
“Tu non hai visto nieeenteeeeeee…”

Ho ancora un giorno per far finta di non saperlo.
Oggi relax e lavoro.
E contando che mi piace il mio lavoro, quando riesco a farlo, direi che mi aspetta una bellissima giornata, prima di rientrare nel vortice della madre-cura-prole.

Ieri pomeriggio sono stata con i miei nipoti ad una festa di compleanno di una bimba che non conoscevo nemmeno.
In realtà non conoscevo nessuna delle 50 persone che si accalcavano in quei venti metri quadri a spizzicare cibarie e dirsi “Ma da quanto tempo non ci vediamo? Sei sposato? Ma com’è cresciuta tua figlia! Dorme tutta notte??”

La mamma della festeggiata è una conoscente di zia Ebe.
Le è morto il marito di un male fulminante lasciandola sola con una figlia di nemmeno un anno, disperata.
Zia Ebe mi aveva chiesto se potevo farle i Fiori di Bach.
L’avevo sentita per telefono un paio di volte, praticamente l’avevo ascoltata piangere.
Sono quei momenti in cui sai che qualunque cosa dirai, la persona che hai davanti vedrà solo la sua disperazione e la sua tragedia senza uscita.
Serve empatia senza coinvolgimento, sorrisi senza lacrime, amore senza giudizio.

E’ stata brava zia Ebe a consigliarle di festeggiare comunque il compleanno della figlia, riempiendosi la casa di amici e conoscenti per non star da sola a continuare a rimuginare al suo dolore.
Così mi ha chiesto di andare…

Era felice di avere accanto tante persone che le volevano bene.
Ha pianto, ha tagliato la torta, ha stretto a sè quella piccola creaturina che non aveva ben chiaro cosa stesse succedendo in quell’affollata casa, cercando di farle passare la sua forza e il suo coraggio.

Sono stata felice di poter portare anche solo un minuto di pace in quel cuore straziato, mentre le regalavo la boccetta prima di andar via, abbracciandola come nessuno degli invitati aveva ancora fatto: stretta stretta.

Io sono da abbraccio.
E’ più forte di me.
Il contatto di un abbraccio dice più di mille parole.
Dice soprattutto “Ti riconosco e ti apprezzo”.
Come anima divina presente in questo mondo, che in questo istante condivide con me parte di sè.
Può voler dire “Io ci sono”, “grazie”, “ti dono il mio amore”, “non aver paura di piangere”…

Piangere va bene.
Ogni lacrima che si versa è un pezzo di ghiaccio che si scioglie.

Prego per lei perchè sia in grado di risollevarsi con fierezza da questa prova che la vita le ha posto davanti, consapevole che ci arriva tutto ciò che siamo in grado, anche con difficoltà, di sopportare e superare.

Ringrazio questa meravigliosa creatura per avermi insegnato ancora qualcosa.

Auguro a tutti voi di imparare ad abbracciare.

Fulmicotone e meditazione

  • novembre 26, 2013 at 00:09

Giornatina partita con una visita fisiatrica di Babet e finita con una lezione sugli sbalzi ormonali per Canterina.

Alle 8 sono già in ospedale che aspetto Babet e Homo per la visita alla mia piccola fiammiferaia.
Nel frattempo ho già risposto a quattro messaggi e letto un paio di mail.
Ogni tanto mi sento troppo milanese…

Circa otto mesi fa, facendo un blando massaggino coccoloso a Babet, scoprii che la mia dolce giustiziera della notte non riusciva più a stendere completamente il braccio destro.
Dopo qualche domanda venni a conoscenza che era un po’ che non riusciva più a farlo, ma non aveva mai detto nulla.

Babet è così, si lamenta per tutto e per niente affatto.
Cioè, è la figlia del lamento per le piccole cose, con faccia insofferente incorporata ad ogni “Mammaaaaaa! Ho questo. Mammaaaaaa! E’ successo quello…”
Invece per le cose di una certa rilevanza… assoluta omertà. Tiene dentro ed ingoia senza acqua.

Associai la situazione dell’arto a un incidente avvenuto in monopattino mesi e mesi prima, dopo il quale però nulla ci aveva fatto presagire che il gomito potesse essere compromesso.

Da giugno in poi, per i successivi mesi (le tempistiche della sanità nazionale…), si susseguirono visita ortopedica, risonanza, altra visita ortopedica, perplessità materna sulla professionalità della tale dottoressa, cambio sede ospedaliera, nuova visita ortopedica, trovato dottorino bravo e sveglio, radiografie in due tranches, telefonata con dottorino il cui verdetto è stato: doppia frattura al gomito per Babet!!!

In fondo ci ha fatto sopra solamente un anno di capoeira…
In fondo ha solo una situazione ormai “sedimentata” da mesi e mesi…
In fondo ha giusto un infiammazione che la prende a livello tendineo e osseo…

E in tutto questo lei non dice beh!
Giusto se le tocchi la punta del gomito, pronuncia un flebile “ahia”, ma niente di più.
La mia principessa!!!

Quando Babet e Homo giungono in ospedale, giunge anche la bella notizia che Nanà è a casa che vomita.

Così, dopo la visita, ho passato un pezzo di mattinata di corsa alla ricerca del regalo compleanno che Babet vuole fare ad una sua compagna domani, un pezzo a finire il cambio degli armadi invernali e un pezzo a raccattare per casa il poco che Nanà ingurgitava… ma non teneva nello stomaco.

Nel pomeriggio ho traslocato lo straccetto pallido e cadaverico da Nonna M. per poter portare Babet a nuoto, unica attività sportiva che può fare (qui la mamma ci aveva visto lungo!).
L’ho fatta addormentare sul divano bianco della nonna con la preghiera nell’animo che non vomitasse proprio lì; sono andata a provare alcune chiavi della scuola per dei cambi serrature; Zia Ebe mi ha chiamato per chiedermi di recuperare anche Cuginetto It poichè tardava di dieci minuti circa, molto circa; mi sono accertata che Canterina fosse arrivata a casa e avesse trovato la merenda che le avevo preparato, che facesse i compiti e che si lavasse; ho recuperato i due giovani latitanti; siamo corsi a nuoto in ritardo come sempre; ho cambiato Babet peggio che la mamma di Flash; ho aspettato che Zia Ebe ritirasse suo figlio; ho risposto ad un paio di mail (sempre questioni scolastiche); nell’unica mezz’ora a disposizione ho dato appuntamento all’amica di un’amica che aveva bisogno di una consulenza per i Fiori di Bach; fatta consulenza nella sala di attesa della piscina; rivestita e asciugata Babet; corse a casa; giunte al box ci siamo rese conto che avevo dimenticato la borsa negli spogliatoi, ma non la borsa di nuoto… la mia borsa!!! Guidando come Schumacher siamo ritornate in piscina dove ho lanciato Babet a recuperare la borsa alla velocità del suono mentre mi autoinsultavo in tutte le lingue; per fortuna al mondo c’è tanta gente onesta e la borsa era ancora là dove l’avevo lasciata; ritornata a casa tour de force per preparare la cena, impacchettare regalo, accogliere vomitina vomitella più bianca della cartaigienica in candeggio, svuotare borse, leggere avvisi, ascoltare confessioni, racconti, lamenti, cigolii provenienti dalla boccuccia di rosa di Nanà, che probabilmente era più di là che di qua, con l’aggiunta di 38 di febbre. Ho finito di cenare praticamente in piedi mentre monitoravo Nanà e i suoi conati e le altre due si beccavano e si alitavano che era un piacere; mentre sistemavo tutto Nanà si è addormentata di colpo arrotolandosi su se stessa come il coperchio delle scatole di acciughe e ho dovuto portarla a braccia nel lettone, lasciando libera scelta all’ernia se uscire a fare un giretto o aspettare momenti migliori; mentre tentavo di convincere con le minacce le sorelle ad andare a letto ho finito di piegare i panni asciutti, ho dato loro la buonanotte e ho iniziato a leggere le altre duemila mail che hanno fatto capolino nella mia casella di posta elettronica in un solo week end di latitanza da gmail.

Erano già le nove passate quando, tra una lettura e un occhio chiuso, ho sentito un rumorino di porta che si apriva…

“Canterina! Mannaggia a te e chi ti ha inventato!!!!! Mi fai perdere decenni di vita!”

“Mamma… ti devo parlare!” e si infila sotto le coperte, accanto a me sul divano.

“Amore, ti ascolto… ma sappi che sono così stanca che potrei anche non capire la frase più elementare di questa terra!”

“Sai, mamma, ho un problemino. Cioè… in realtà non so cos’è. Mi sento però qualcosa qua, c’è qualcosa che non va. Non lo so cos’è, sai…”

“Ma sai dirmi almeno in che campo? Scuola, famiglia, amore… tempo libero…”

“No, non lo so proprio!”

“E dove lo senti?”

“Qua!”

“Tra il cuore e la gola?”

“Qua!”

“Sui polmoni??”

“Non lo so… E’ che sono non proprio preoccupata, ma non so come spiegartelo, non mi viene la parola giusta…”

Già che sono davanti al computer apro il dizionario dei sinonimi on line.

“Dimmi se sei più angosciata, inquieta, impensierita, nervosa, ansiosa, angustiata, tormentata, assillata, turbata, afflitta, allarmata, intimorita, crucciata??”

“???”

Dopo averle spiegato un paio di termini, deduciamo che la parola che le si addice di più è inquieta.

“Ora andiamo a cercare ‘sbalzi ormonali’… Dunque… La pubertà e l’adolescenza…”

“Ma io non sono ancora adolescente. Cosa vuol dire ‘pubertà’ ??”

La guardo, accantono il computer e cominciamo a parlare di pubertà, crescita, sbalzi ormonali e sbalzi d’umore.

“E come si fa a curarli??”

“Non li curi, amore, sono tutte cose normali. Semplicemente parlandone, con la mamma per esempio, vedrai che ti si chiariranno un po’ di più le idee e riuscirai ad affrontare questo cambiamento al meglio, come stai già facendo, tesoro mio!”

E’ bello sapere che mia figlia sa che per qualsiasi cosa può venire da me a parlarne.
E’ bello vedere che lo fa.
Sa che sarà ascoltata, capita e non giudicata, aiutata e confortata.

In cuor mio, mentre le parlo e la sbaciucchio, mi auguro che sia così per sempre, anche quando sarà grande, adulta, magari mamma a sua volta.
Ma per me rimarrà sempre mia figlia.

“Amore mio, sono sullo stravolto andante e devo ancora finire un po’ di cose… che ne dici di andare a letto?”

“Che ne dici di fare meditazione insieme??”

Non so dir di no a quegli occhioni azzurri e così la nostra serata si conclude con una rilassante meditazione madre-figlia: sedute una accanto all’altra suldivano, respiro dopo respiro, lasciamo andare entrambe le tensioni della giornata.

“Mamma, ti adoro.”

“Anch’io bambina mia. Ma ora a nanna che tra un po’ svengo… e poi mi devi portare a braccia! Ma io peso un po’ più di Nanà…”

<<Possiamo dire di essere veramente vivi
solo quando il nostro cuore sa riconoscere i nostri tesori.>>
Thornton Wilder

Lezione di yogurt

  • novembre 7, 2013 at 14:59

Tornata a casa dalla lezione di yoga.
Mi sento veramente uno yogurt…
Non c’è un muscolo che non sia indolenzito, facevo fatica a tenere giù la frizione ai semafori.
I miei tricipiti hanno chiesto le ferie.

Mi fa impazzire quando, raggiunta una posizione, dice “Tenete” e va avanti serafica con la spiegazione, mentre io son lì che faccio una fatica mostruosa e tento di non scattare come una molla per tornare orizzontale.

“Ora, in questa posizione statica, trovate la comodità e rimanete.”
E io, tutta attorcigliata, penso che si può esser tutto fuor che comodi, mentre i miei muscoli dorsali chiedono quanto manca alla fine del film.

Stasera abbiamo lavorato sul respiro. Le spiegazioni erano luuunghe… le posizioni statiche erano luuuuuuuuunghe… la mia resistenza molto coooorta…
Ad un certo punto, mentre la mia fronte tentava inesorabilmente di avvicinarsi alle ginocchia senza far uscire qualche ernia e io mi concentravo per non soccombere, la docente è riuscita a dire:
“Ora… sentite chiaramente… il respiro nella parte posteriore… dei polmoni… Avete ancora… qualche istante per…”

… Fare testamento???

Son tornata a casa comunque più tranquilla e più consapevole di assomigliare sempre più ad una vecchietta tutta incriccata.

Per la depressione mi sono ingurgitata due cespi interi di radicchio saltati in padella, ma non è abbastanza per alleviare le mie sofferenze morali.

Mi butterò su una tavoletta di cioccolato fondente.
Ancora.

Lo so.
Non me lo dite nemmeno che lo so.

Anch’io penso che troppo cioccolato non faccia bene.
Così ho deciso… smetto di pensare.

Che Italia…

  • novembre 6, 2013 at 00:39

Sono in sala si attesa con Babet, per radiografia al gomito dove ha una probabile microfrattura.

Non ci facciamo mancare nulla.

Babet sta vivisezionando un volantino, mentre io sto scrivendo a MadrenaturaSì.

Cinque minuti, dieci minuti.

Ad un certo punto una signora anziana commenta a voce non così bassa come credeva:
“Oggi giorno le mamme non parlano neanche più coi figli, sono sempre attaccate a quei trabicoli!”

La vicina di sedia, forse un po’ sorda, replica:
“Eh già! Stanno più al telefonino…”

“Ciattano! Ciattano con gli amici!” mi stupisce la prima nonnina.

“BABET!”

“Amore, tocca noi! Vieni! Andiamo che la mamma finisce dopo di CIATTARE!” la prendo per mano.

“A proposito, sto CIATTANDO per tenermi informata su una sua compagna che oggi, con la sua famiglia, ha ricevuto lo sfratto e rischia di stare in mezzo ad una strada. CIATTAVO con una delle mamme che si sta facendo il culo per cercare di non far separare i genitori e i figli, di non lasciare quattro anime in mezzo alla strada o alla meno peggio per trovare un posto dove sistemarli separati ma vicini e non far perdere un anno di scuola alla bambina, per non parlare delle sue amicizie e della sua infanzia… Ora vado, che forse riesco giusto a fare in tempo ad andare a prendere le altre figlie a scuola e portare lei a catechismo… ma sempre CIATTANDO!”

Avrei volentieri risposto così, senza se e senza ma, se non avessi avuto il cuore e il pensiero già occupati e preoccupati.

C’è sempre una gran voglia di giudicare nell’aria… ma non è mia, gliela lascio volentieri.

Un’ora e mezza dopo, fuori da scuola, ritrovo un gruppetto di amiche della classe che attorniano Noel e sua madre che piangono lacrime amare.
C’è anche il bimbo piccolo.
E’ una famiglia straniera a cui siamo tutti affezionati.
Il padre non vuole farsi vedere piangere è rimane distante.

MadrenaturaSì li ha accompagnati in tutta la trafila burocratica ed emotiva.
La osservo e vedo che sta per scoppiare.
Si è caricata veramente tanto sulle spalle e faticherà a liberarsi di tutte queste emozioni.
Ma è fatta così, si fa coinvolgere fino al midollo, si prende carico e ne soffre.

L’unica soluzione che sono riusciti a trovare è di trasferire la madre in una comunità sovraffollata a 120km da Milano con i bimbi e il padre… non si sa. Per ora è in mezzo alla strada.
Per giorni hanno lavorato, anche le nostre fantastiche maestre, nel tentativo di trovare una modalità per non dividere la famiglia o per non allontanare la bambina dalla scuola, in attesa che il comune assegni loro una casa. Probabilmente, ma senza certezze, tra un anno o forse più.

Noi adulti siamo schifati dalle norme meschine e inumane che regolano queste situazioni.
Sembra che se vuoi essere aiutato, nel frattempo non puoi essere aiutato, o perdi i requisiti per essere aiutato.

Tutte le bambine piangono, circondando la loro compagna che non sanno quando rivedranno. Ci sono anche un paio di compagni maschi che non hanno vergogna a mostrare la loro sensibilità e frignano rumorosamente tra le braccia delle loro mamme.

I bimbi piangono.
Le mamme piangono.
Le maestre piangono.
Arriva il padre che, dopo aver pianto, chiede un fazzoletto per asciugarsi le lacrime e mantenere quel poco di dignità e fierezza che gli sono rimaste.

Alcune bimbe vanno a catechismo. E durante l’incontro piangono in coro.

Io non ho pianto, ma arrivata da Nonna M. mi sono “fatta” di cioccolato fondente da andare in overdose.

Qualcuno ogni tanto si avvicina per capire il senso di quel crocicchio di mamme e bambini.
E’ una classe fantastica. Nella tristezza della situazione è una magra consolazione, ma la nostra solidarietà si sente forte e chiara nell’aria, nei fatti e nei cuori.

MadreNaturaSì sta organizzando il viaggio per accompagnarli in comunità, aspettando il momento meno disagevole per dare al padre la nostra colletta.

Io devo andare a prendere Canterina dai nonni e poi Babet a catechismo.
Chiamo all’ordine Nanà e, prima di uscire dal cortile della scuola, stringo in un ultimo,  furtivo abbraccio la mamma di Noel, disperata, che non sa ancora l’italiano.

Ma il dolore non ha lingua…

Figli grandi, problemi grandi

  • ottobre 17, 2013 at 23:37

Pomeriggio intenso.

Passato a tentare di risolvere il caso di bullismo che vede Canterina in qualità di vittima.

Appena Canterina ha varcato la soglia della porta in lacrime e mi son fatta spiegare tutto quanto, son partita in quarta, azionando tutte le mie forze e le mie risorse per tentare di risolvere la questione e ottenere un colloquio immediato con la coordinatrice di classe

Quando mi toccano le figlie divento una leonessa!

Stasera ho un gran mal di testa…

Son però contenta di avere avuto una sorta di “preparazione” per queste situazioni spiacevoli grazie ai progetti scolastici scelti dalle ex-splendide-maestre della scuola elementare, ai quali la classe di Canterina aveva partecipato, e noi genitori con loro.

Contenta per essere riuscita a confrontarmi serenamente con la mamma del bullo e aver trovato sostegno anche da parte sua.

Contenta per aver instaurato una rete di solidarietà tra genitori conosciuti che mi hanno appoggiato e che lavoreranno sui loro figli per riuscire a dare sostegno e conforto a Canterina nei momenti scolastici.

Contenta per essere riuscita a far sentire tutto il mio appoggio a Canterina che stasera, molto più serena, mi ha abbracciato e mi ha detto:
“Grazie perchè mi sei tanto vicina… ti sento veramente vicina! Grazie mamma per tutto quello che fai! ”

“Ma la mamma è qui apposta, amore! E’ il mio mestiere!”

Anche se penso che anche le mamme non siano mai così pronte ad affrontare certe cose.
Coraggiose sì, ma pronte pronte non saprei…
Vedremo domani cosa riuscirò a concludere con i docenti.

Nel frattempo vado a nanna con un martello pneumatico nella tempia.

Tum! Tum! Tum!

Empatia

  • ottobre 12, 2013 at 00:10

Ho un amica che staziona nella sala di attesa della rianimazione dell’ospedale.
Ha una sorella in fin di vita in prognosi riservata.

Ieri ho passato con lei un’oretta, per distrarla, per chiacchierare, per esserci.
Tra amiche ci stiamo dando il cambio e mi rendo conto con quale cerchio di affetto e amore è circondata.
Ognuna a modo suo, con le sue caratteristiche, con il suo modo di reagire, ma tutte con lo stesso amore.
Penso sia state bello per lei, nonostante la situazione dolorosissima, scoprire come la nostra amicizia sia solida e solidale.

Io mi son ritrovata a parlare con lei di stupidate e di serietà, di barzellette e di vita ultraterrena, di riunioni di scuola e di scelte dell’anima.
Mi sono scoperta totalmente serena nel guardarla negli occhi, nell’ascoltare il suo dolore, nel comprenderla, nel cercare di aiutarla a fare un piccolo passettino verso l’accettazione, che in questi momenti tarda sempre a venire.
Non sapevo da dove venisse la questa pace, poi ho capito che proveniva da dentro me.
Vi abita da un po’.
Sono riuscita a sentirla, senza assorbire quel dolore personale che può travolgere chi sta accanto e si sente di parteciparvi, a coccolare quegli occhi sofferenti con un sorriso di pace e di coraggio che spero di averle trasmesso almeno un po’.
Per me era importante Esserci per lei, nel suo bisogno di pianto e nel suo bisogno di riso, nel suo voler vedere bianco e nel suo voler vedere nero, nei suoi ricordi e nei suoi pensieri al futuro, ovunque avesse voluto portarmi.
E c’ero con tutta me stessa.

Oggi una mamma, mai vista prima, compagna di nido di un’amica, si raccontava a me in cerca di consigli su quali Fiori di Bach prendere.
L’ascoltavo ed era come se la conoscessi già.
Con delicatezza ho ‘osato’ toccare tasti che intuivo dolenti per lei, per capire su cosa lavorare, e lei si è sentita così “riconosciuta” da commuoversi e abbracciarmi col cuore.

Conosco persone che sanno capire gli altri al volo e persone che non saprebbero farlo nemmeno con il Google Maps dell’animo attaccato al naso.
Ci sono persone che riescono a capire gli altri , ma non color che hanno vicino, coloro che hanno più a cuore.
C’è chi capisce gli altri ma non se stesso. E sono in tanti.

Poi c’è differenza tra capirli e sentirli, gli altri.

So che si chiama empatia.
Ciò che mi son chiesta è come possa capitare di raggiungere questo livello di empatia, che certo non è uguale con tutti, ma che sento andare a braccetto con la serenità che ho nel cuore.

Poi ho capito qual è il segreto. O meglio il meccanismo, il comportamento che lo permette.
E’ il non giudizio.

Credo sia fondamentale non giudicare chi si ha di fronte, senza se e senza ma.
Facendomi un esame di coscienza, in effetti non lo faccio, o non lo faccio più.
Non era così una volta e mi rendo conto che il giudizio, magari anche non voluto, sia quasi sempre automatico.

Non tanto il giudicare l’altro, ma il giudicarlo con i nostri schemi, le nostre credenze, i “come ci comporteremmo noi al suo posto”.
Con i “secondo me è giusto così”.
E’ giusto per me, certo, perchè lo vivo io e lo credo io. Ma solo per me.

Capita di pensare che qualcuno sbagli non solo comportamento, ma anche reazione verso qualche evento? Come no!

Il fatto è che noi giudichiamo secondo i Nostri parametri.
Sono certa che per l’altro il suo comportamento sia assolutamente giusto… per il suo punto di vista. Che la sua reazione sia normale… per la sua esperienza.

Ed è questo il segreto: riuscire a vedere gli altri con i loro occhi, non con i nostri.
Solo in questo modo possiamo capirli veramente a fondo, sentirli e, se lo decidiamo, farci spalla per loro.
In modo che il nostro aiuto, quando richiesto, possa essere fatto su misura del cambiamento che l’altro decide per se stesso e non per quello che noi vorremmo per lui o lei.

Questo si chiama non giudizio.

Ed è una cosa fantastica perchè, vi assicuro, quando riusciamo a praticarlo, fa vivere decisamente meglio anche noi!

Cicatrici

  • ottobre 11, 2013 at 15:25

Ci sono cose che lasciano il segno.

Amori… dolori… un fornello incandescente…