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Normali stranezza, strana normalità

  • febbraio 2, 2015 at 22:05

Sto chiacchierando con le bimbe su cos’è “normale” e cosa “strano”, dopo aver sentito che papà ha detto loro di non fare “cose strane”…
E’ solo una questione di punti di vista. Come per il giusto o lo sbagliato.
La normalità è soggettiva, anche se un’azione è compiuta dalla maggior parte delle persone che ci vivono attorno.

“Ciò che è normale per te può non esserlo per me, semplicemente perchè non lo conosco o non è mia abitudine, capito?”

“Giusto, anche per me!” risponde Canterina

“In che senso?” mi chiede Babet.

“Per te cos’è normale, amore?” le chiedo, intendendo il significato della parola.

E Canterina:
“Entrare in casa e vedere la mamma che fa il bilanciamento dei chakra!”

Appunto.

Nobel dell’informatica

  • gennaio 15, 2015 at 16:24

The winner is…

MYSELF!!!

Clap clap clap…

Come sempre ho disguidi con il cellulare: va a ritmo di tartaruga, con probabile batteria a criceto.
Forse è il caso di contattare Zio B., il mio guru informatico che mi salva sempre in corner, dopo che io, tenace e testarda, tento di risolvermi i problemi da sola, perdendo un sacco di tempo, energie e non arrivando mai ad un dunque.
Infatti è mesi che ho questo problema, così mi decido di scrivergli qualche giorno fa.

La memoria è intasata, ma non riesco a salvare niente nella scheda SD.

L’altra sera mi arrivano le istruzioni e decido di seguirle solerte, passo dopo passo.

<<Per spostare la memoria devi andare su impostazioni tel-memoria-posizione storage etc.- bla bla- tric trac – cip e ciop…>>

Facile! … Occhei… Fatto!

<<Prima però salva tutte le foto e i video sul pc…>>

…………….. MA PORC!!!!!

Messaggio d’amore

  • ottobre 24, 2014 at 12:15

Il nostro proposito non e’ che uno diventi l’altro;
e’ piuttosto di riconoscerci l’un l’altro, imparare a vedere l’altro ed onorarlo per quello che e’ – Hermann Hesse

Un cuore aperto è un cuore che include.

Sentendosi a proprio agio dentro se stessi, aiutiamo anche coloro che ci circondano a sentirsi maggiormente a proprio agio dentro loro stessi.

La “compassione” è l’espressione divina dell’amore.
Un cuore pieno di compassione emette il messaggio “ti riconosco, ti conosco, ti accetto”.

E’ un meraviglioso messaggio.

Un messaggio che fa star bene principalmente noi che lo emaniamo.

Ciò che diamo ritorna.
E’ una legge universale.
Non si può scappare.

L’acqua e l’olio

  • agosto 13, 2014 at 18:38

Avere le bimbe a casa 24 ore su 24 è meraviglioso e impegnativo allo stesso tempo.
Totalmente dedicata a loro.
Ma la notte dormono…
Così stanotte ho approfittato per un’immersione nella lettura.

E ho trovato scritto su carta qualcosa che da tempo “masticavo”, sentivo, ma non riuscivo e delineare.

C’è sempre qualcuno di più illuminato, come Eckart Tolle, che riesce a trasmettere in parole ciò che altri non riescono nemmeno a spiegare con immagini o fumetti.

<<Riconoscere se stessi come l’Essere sotto l’entità pensante, la quiete sotto il rumore mentale, l’amore e la gioia sotto il dolore è libertà, salvezza, illuminazione.[…]
L’amore è uno stato dell’Essere. Il tuo amore non è all’esterno, ma risiede in profondità dentro di te. Non puoi mai perderlo, ed esso non può lasciarti. […] Allora riesci a cogliere la stessa vita nel profondo degli altri esseri umani e di ogni creatura. Guardi oltre il velo della forma e della separazione. Questa è la realizzazione dell’unità. Questo è amore.>>

Sì, è così! Ecco perchè mi sento così serena!! Perchè questa volta la serenità l’ho cercata e trovata dentro di me!
Non ho preteso di trovarla all’esterno, in qualcun altro, in qualcosa. Quel tipo di serenità è un’illusione e la maggior parte di noi è proprio quella che cerca.

Deleghiamo la nostra felicità a qualcosa/qualcuno e pensiamo che saremo felici solo se l’otterremo.
Come ogni dipendenza che si rispetti.
Ricerca di uno stato, di un momento (più o meno lungo) di “star bene”, che si può trovare nel fumare una sigaretta, nel fare sesso, nel comprare compulsivamente, nella droga o nell’alcool, come nella coppa di profitterol, negli sport estremi…
Quel senso di “star bene” che presto o tardi svanisce, non perdura, e ci manca, poichè pensiamo che sia quella la felicità.

Come quel senso di “perfezione” che si ha quando ci si innamora e che dura finchè non nascono i primi problemi, litigi, quando entra “la testa”, quando si vuole incolpare l’altra/o del proprio dolore, delle proprie paure e insoddisfazioni, perchè è più facile credere che a causarle sia l’altra persona che pensare che siano sepolte in te e debbano essere risolte.

<<OGNI DIPENDENZA NASCE DAL RIFIUTO INCONSAPEVOLE DI AFFRONTARE E SUPERARE IL PROPRIO DOLORE. OGNI DIPENDENZA COMINCIA E FINISCE CON IL DOLORE.>>

Anche le relazioni sono una dipendenza, un bisogno, un attaccamento.
Quando crediamo che senza di esse non possiamo essere completi, quando sentiamo  il bisogno di avere qualcuno che ci faccia “stare bene”.

In questi ultimi tempi ho sempre pensato che fosse anche un mio problema, una mia dipendenza, nonostante il forte cambiamento che vivevo e che constatavo… perchè ritornavo sempre lì, allo stesso punto?
O così a me sembrava.

Poi stanotte ho avuto la conferma che non è stato così.
E cosa c’era di diverso?
Il fatto che io abbia sempre risposto agli attacchi con l’amore (cosa che infastidisce, o meglio, spiazza parecchio chi ha bisogno di incolpare l’altro dei suoi disagi, perchè non dai modo di entrare in un circolo vizioso di botta e risposta, di vittime e carnefici).
Il fatto che non ho mai giudicato, ma ho sempre cercato di “comprendere”, che significa mettersi nei panni dell’altro e cercare di capire… di vedere con gli occhiali del video! Che non significa non mettere l’altro di fronte ai propri limiti e debolezze, ma avere il coraggio di farlo senza volerlo cambiare o accusare, ma per dare una possibilità di affrontare (anche insieme) le sue paure e le sue inconsapevolezze.
Il fatto che ho sempre colto, nelle difficoltà, un’opportunità. E che l’ho sempre utilizzata per affrontare i miei dolori e scalare la vetta della mia evoluzione.

La mia non era una dipendenza, ma la consapevolezza, a volte serena a volte un po’ meno, che la relazione si potesse utilizzare <<come pratica spirituale>>, come crescita, come percorso verso l’evoluzione, appunto.

Non capivo, perchè mi focalizzavo sul fatto che non avesse funzionato.
In realtà non è così.
‘Io’ l’ho utilizzata proprio per questo e poi…

<<Rinunciare al giudizio non significa non riconoscere la la disfunzione e l’inconsapevolezza. Significa “essere il sapere” anzichè la “reazione” e il giudice. […] Essere il sapere crea uno spazio libero di presenza amorevole che consente a tutte le cose e le persone di essere come sono. Non esiste catalizzatore di trasformazione più grande […] La persona amata non potrà stare con te e restare inconsapevole.>>

E quindi?

<<Se siete entrambi d’accordo che la relazione sarà la vostra pratica spirituale, tanto meglio.>>

Ha… haha… E quando così non fosse?
Vado avanti…

<<Se il tuo partner continua a identificarsi con la mente e con il corpo di dolore (leggi carico emotivo…ndw – nota di wonder-), mentre tu sei già libero, ciò rappresenta una sfida importante, non tanto per te, ma per lui. […] Ricordati che l’ego ha bisogno di problemi, conflitti, “nemici” […] La mente del partner proverà una sensazione di frustrazione perchè le sue posizioni fisse non incontrano resistenza […] Il corpo di dolore esige un riscontro e non l’ottiene. Il bisogno di litigi, drammi, conflitti non viene soddisfatto.
[…]
Ogni sfida in realtà è un’occasione di salvezza mascherata.>>

Beh, questo con altre parole lo dico sempre anch’io, ma alla fine? Sono io che non ho funzionato? Devo leggerla come un fallimento, nonostante io abbia scelto di viverla e l’abbia vissuta come pratica spirituale””??
Ed ecco la mia risposta.

<<Restare constantemente o prevalentemente “presente” nella tua relazione è la prova più grande per il partner. Non potrà tollerare a lungo la tua “presenza” se resta inconsapevole. Se è pronto varcherà la porta che hai aperto per lui/lei e si unirà a te in quello stato. Se non è pronto, vi separerete come l’acqua e l’olio.
La luce è troppo potente per chi vuole restare nell’oscurità
. >>

Direi quindi che è stato… fisiologico.
Ma questa frase finale sulla luce mi rammenta all’istante una cosa…

Una volta mio nonno mi ha detto:
“Il tuo compagno deve sceglierti per poter godere della tua Luce.
Se lui non ti sceglie, tu va’ avanti ugualmente per la tua strada, non rallentare. Tu sei la tua Missione, chiunque ti scelga o non ti scelga.
Sta agli altri scegliere se essere illuminati o no dalla tua luce.
Il tuo unico dovere è fare Luce.”

Ora comprendo chiaramente le sua parole, nello specifico e in relazione alla vita.

Mio nonno è morto…
Ma questa è tutta un’altra storia.

Griff

  • maggio 13, 2014 at 23:33

Giorni fa ho accompagnato Canterina ad una visita oculistica di controllo.

Veloce e indolore.
10/10.
Beata lei!

Per festeggiare il risultato le ho proposto un bel cono gelato, essendo in anticipo clamoroso sulla tabella di marcia.

Dovevamo attraversare Milano per tornare a casa, così siamo andatae a fare 4 passi in Corso Buenos Aires.
Non ci mettevo piede da vent’anni.
Mentre camminavamo tra i mille negozi del corso, le raccontavo come una volta, quando ero adolescente, fosse una delle mie mete preferite per andare a comprare i regali di Natale ai miei amici.
Le dicevo come io, Zia Ebe e Zia Larua, facessimo “le vasche”, al freddo e al gelo, dentro e fuori dai negozi illuminati e profumati (mi ricordo ancora Body Shop e tutte le sue saponette a poco prezzo!), in cerca di decine di pensierini a portata del nostro pressochè vuoto portafoglio.
Conoscevamo tutte le vetrine a memoria, gli esercizi commerciali agli incroci e le posizioni dei numerosi fastfood, mete preferite della nostra affamata, incosciente e ignorante gioventù.

Camminavo accanto a mia figlia, animando sorridente i miei ricordi, e lei ascoltava rapita.

I negozi di una volta erano tutti scomparsi nel nulla, tranne qualche rara eccezione.

Faceva un caldo pazzesco quel giorno, ma in preda alla curiosità di chi ormai si affida principalmente ai centri commerciali, le ho fatto fare parecchie centinaia di metri, fino ad una gelateria che, per fortuna, non era stata rimpiazzata da qualche catena in franchising di vestiti o occhiali da vista.

Con mio rammarico, ho notato come la maggior parte dei negozi fosse di marche conosciute e molto pubblicizzate… alla moda, direi, da profana, visto che, se fosse per me, la moda farebbe decisamente la fame.
E, devo essere sicera, non mi è piaciuto come una volta farmi “la vasca” in Corso Buoenos Aires.

“Canterina, guarda bene, questo corso milanese è un perfetto esempio di consumismo!”

“Cos’è il consumismo, mamma?”

“E’ il consumare, cioè acquistare, per il gusto di avere e non per necessità. Comprare, possedere di più del bisogno che si ha realmente. Chiaro?”

“No.”

“In effetti in casa nostra non va di moda il consumismo… Vedi tutti questo negozi? La stragrande maggioranza è di vestiario. E sono marche famose, molto pubblicizzate. Con tutti questi abiti ci potremmo vestire un intero paese… Ma al di là di questo, quello che a me non piace proprio è il bisogno che tante, troppe persone sentono nel dover a tutti i costi avere qualcosa di marca. Pagando più del necessario.”

“Perchè più del necessario?”

“Perchè alcuni prodotti si pagano uno sproposito! In realtà paghi il nome, non l’oggetto in sè. Lo stesso oggetto, per esempio una borsa, con un altro nome costerebbe la metà, ma siccome è di Prada… allora!”

“E perchè la fanno pagare così tanto?”

“Perchè c’è gente scema che le compra!! Perchè troppe persone sono consumiste, sono attirate più dall’avere che dall’essere, dal troppo più che dal necessario. Pensa che c’è gente che rinuncia a cose essenziali pur di comprarsi il vestito o le scarpe di marca… Io questo non lo capisco proprio!”

“E perchè voglio a tutti i costi le cose di marca?”

“Forse per sentirsi migliori? Per apparire? Per dar l’impressione di appartenere ad uno status?”

“Cos’è uno status?”

“Di certo qualcosa che non si mangia, che non si beve, che non dà amore e che non ti fa essere migliore di quello che sei.”

“Eh??”

“Bimba mia… ricordati solo una cosa, non ti serve avere addosso un nome per essere qualcuno. L’unica persona che devi essere è soltanto te stessa.”

Figlie adulte

  • febbraio 14, 2014 at 16:29

A cena è nostro rituale “ringraziare”  prima di mangiare.

La gratitudine è la via più veloce verso la guarigione, di qualunque tipo, quindi anche dalle arrabbiature o le tristezze della giornata.
Un grazie a testa, niente di più.
Cioè, sarebbe un grazie a testa, ogni tanto però devo fermare Nanà a padellate o continuerebbe all’infinito!
E’ bello vedere come, con un gesto così semplice, si abituano i bambini a ragionare su ciò che hanno e a non dare niente per scontato.

In effetti io ho abituato le mie figlie a ragionare già da parecchio.
Parlo con loro, spiego, rifletto, non lascio niente al caso, soddisfo al meglio tutte le loro curiosità e aggiungo particolari (a volte anche molto impegnativi) alle loro vite.
Il mio obiettivo è ed è sempre stato crescere tre future donne “consapevoli”, per dar loro la possibilità di scegliere, di valutare con la loro testa, di comprendere ciò che le circonda e, per l’appunto, di apprezzare al meglio ogni cosa, traendone insegnamenti preziosi.

L’altra sera ho avuto una bellissima conferma.
Stavamo pronunciando i nostri Grazie e, non mi ricordo esattamente per quale motivo, Nanà ha cominciato a inveire con la sorella nel suo solito aggraziatissimo modo da Signorina Rottermaier.
Ognuna aveva le sue responsabilità, così ho preso spunto per chiedere loro di cominciare un lavoro impegnativo su se stesse.
“Bimbe, facciamo una bella cosa. In modo veloce prima che si raffreddi la cena… Ognuna di noi, anche la mamma, trova una cosa su cui deve migliorare e la comunica con una parola d’ordine. E ci prendiamo l’impegno di lavorarci su ogni giorno. Occhei? Dai, chi comincia?”

“IO IO IO!!!” urla Nanà che nonostante la sua tenera età non si tira mai indietro “Dunque… mmmm… la mia parola d’ordine…. GENTILEZZA e AMORE!” esclama sicura.

Guardo la mia bambina di 6 anni e sono fiera di lei.
“Perfetto amore! Bellissime parole! Babet?”

Mi guarda con le orecchie basse, già pienamente consapevole di ciò che dovrà dire, poi sorride imbarazzata e sussurra:
“ASCOLTO…”

“Eh già, tesoro. Bravissima anche tu!”

Mi riempie il cuore vedere la mia bambina di 9 anni che sa già qual è il suo punto debole e sceglie di lavorarci su.
“E tu Canterina?”

“La mia è GENEROSITA’!”

“Come mai? Pensi di non essere generosa?”

“Mmmm… Non sempre. Specialmente con le sorelle.”

Mi commuove il fatto che la mia… ragazzina di 11 anni sappia farsi un esame di coscienza così profondo da voler migliorare ancor di più qualcosa che già le appartiene, ma, probabilmente per lei, non a sufficienza.

Le guardo orgogliosa. Ci sono adulti che per guardarsi dentro in maniera così costruttiva ci impiegano anni e ore di sedute di psicanalisi e le mie bambine ci hanno messo due minuti scarsi…
Ciò che semini raccogli, è vero, però so che questo raccolto non è per me… anche se le soddisfazioni sono enormi… ma per loro, per la loro vita e il loro futuro.

Sono ancora immersa nei miei pensieri, sorridente, che mi chiedono:
“E tu, mamma?”

“La mia parola è PAZIENZA.”

“Ancora di più?? Ma se sei la mamma più paziente del mondo?!”

“Che tesori!!! Ma in fondo la pazienza non è mai troppa!”

La lucidità non mi perde mai

  • febbraio 10, 2014 at 01:54

Ore 23.00

Sto guidando in autostrada, dopo un leggerissima cena vegana a base di lesso con salsa verde, passatelli in brodo di carne e torte rustiche e burrose fatte in casa da amiche a cui indubbiamente piace cucinare.

Sono in piena fase guidator-digestiva che sfugge l’abbiocco.

Già la parola “lucida” non mi si confà decisamente, poi ci si mettono pure i cartelli elettronici di buon auspicio:
“IL COLPO DI SONNO NON TI AVVISA!”

………
Beh, se è per questo nemmeno il colpo di culo.

Conclusioni geniali

  • gennaio 12, 2014 at 01:19

Canterina mi dice tutto, per fortuna.
Si fida, si sente ascoltata e compresa.
Tento sempre di aiutarla a stare meglio, ad utilizzare ogni esperienza come opportunità di crescita, a darle una visione migliore.
Cerco di avere sempre la parola giusta per lei.

Mentre le davo la buonanotte mia ha detto:
“Grazie mamma… Tu non sei solo la mia mamma, sei un’amica, sei tutto quanto… sei proprio speciale!”
Forse avrei dovuto registrarlo. Potrebbe tornarmi utile per gli anni a venire…

Comunque è bello sapere che se tua figlia ha bisogno di aiuto la prima persona a cui si rivolge sei tu. E’ una grande rassicurazione.

E così anche ieri sera, mentre ceniamo, Canterina esterna le sue delusioni e frustrazioni di preadolescente.
Sa che con me lo può fare e dà sfogo a qualche lacrima.

Guardo la mia “bambina” col cuore in mano.
Da una parte sono contenta di constatare che tutto il lavoro che ho fatto finora si sta rivelando utile e mia figlia ha piena coscienza del giusto e dello sbagliato, ragiona con la sua testa e non segue a pecorona le trasgressioni che i compagni ormai sfoggiano come ordine del giorno.
Dall’altra parte soffro con lei per quel suo sentirsi sola e paradossalmente “controcorrente” che le crea tanta pena e tormento.

“Tesoro mio, è proprio vero che è meglio essere soli che male accompagnati…”

“Ma io non voglio stare sola! Io voglio delle amiche!”

“Lo so tata, ma non sei sola, hai almeno due compagne in gamba con cui puoi…”

“Anche loro stanno cominciando a seguire Tizia e Caio!”

“Tesoro, io ringrazio il cielo che tu sia così intelligente da non volerti conformare a tutti i costi con le trasgressioni sciocche che propongono alcuni tuoi compagni e che attirano tanto gli altri. E’ faticoso, ne sono sicura, ma sono fiera di te, perchè sei una ragazzina intelligente e coscienziosa!”

Chiacchieriramo a lungo, mentre intervallo la consolazione per la figlia grande con ammonimenti per le sorelle.
“Nanà… stai un po’ ferma mentre mangi! … Babet, devi proprio pucciare il braccialetto nel piatto??”

Babet indossa un braccialetto stile rosaio, con tanti tasselli che sembrano delle mini-icone, raffiguranti figure religiose e della sacra famiglia.

Sto ancora parlando con Canterina che, ad un certo punto, Babet esce con una delle sue perle:
“Mamma… ma Gesù Bambino era viziato??”

Comincio a ridere.
“Ma come ti vengono certe cose, amore?! Perchè me lo chiedi?”

“Eh… aveva la veste bianchissima e elegante, la corona…” mi dice mentre osserva il suo braccialetto.

“Ma patata, così è come lo hanno disegnato e lo raffigurano spesso, ma non era sicuramente vestito così…”

“Seee, viziato Gesù Bambino!!” interviene la sorella grande e consapevole “Ma come faceva Lui ad esse viziato se suo padre era un taglialegna e sua madre era disoccupata?!?!”

C’ho ancora le lacrime agli occhi…

Fulmicotone e meditazione

  • novembre 26, 2013 at 00:09

Giornatina partita con una visita fisiatrica di Babet e finita con una lezione sugli sbalzi ormonali per Canterina.

Alle 8 sono già in ospedale che aspetto Babet e Homo per la visita alla mia piccola fiammiferaia.
Nel frattempo ho già risposto a quattro messaggi e letto un paio di mail.
Ogni tanto mi sento troppo milanese…

Circa otto mesi fa, facendo un blando massaggino coccoloso a Babet, scoprii che la mia dolce giustiziera della notte non riusciva più a stendere completamente il braccio destro.
Dopo qualche domanda venni a conoscenza che era un po’ che non riusciva più a farlo, ma non aveva mai detto nulla.

Babet è così, si lamenta per tutto e per niente affatto.
Cioè, è la figlia del lamento per le piccole cose, con faccia insofferente incorporata ad ogni “Mammaaaaaa! Ho questo. Mammaaaaaa! E’ successo quello…”
Invece per le cose di una certa rilevanza… assoluta omertà. Tiene dentro ed ingoia senza acqua.

Associai la situazione dell’arto a un incidente avvenuto in monopattino mesi e mesi prima, dopo il quale però nulla ci aveva fatto presagire che il gomito potesse essere compromesso.

Da giugno in poi, per i successivi mesi (le tempistiche della sanità nazionale…), si susseguirono visita ortopedica, risonanza, altra visita ortopedica, perplessità materna sulla professionalità della tale dottoressa, cambio sede ospedaliera, nuova visita ortopedica, trovato dottorino bravo e sveglio, radiografie in due tranches, telefonata con dottorino il cui verdetto è stato: doppia frattura al gomito per Babet!!!

In fondo ci ha fatto sopra solamente un anno di capoeira…
In fondo ha solo una situazione ormai “sedimentata” da mesi e mesi…
In fondo ha giusto un infiammazione che la prende a livello tendineo e osseo…

E in tutto questo lei non dice beh!
Giusto se le tocchi la punta del gomito, pronuncia un flebile “ahia”, ma niente di più.
La mia principessa!!!

Quando Babet e Homo giungono in ospedale, giunge anche la bella notizia che Nanà è a casa che vomita.

Così, dopo la visita, ho passato un pezzo di mattinata di corsa alla ricerca del regalo compleanno che Babet vuole fare ad una sua compagna domani, un pezzo a finire il cambio degli armadi invernali e un pezzo a raccattare per casa il poco che Nanà ingurgitava… ma non teneva nello stomaco.

Nel pomeriggio ho traslocato lo straccetto pallido e cadaverico da Nonna M. per poter portare Babet a nuoto, unica attività sportiva che può fare (qui la mamma ci aveva visto lungo!).
L’ho fatta addormentare sul divano bianco della nonna con la preghiera nell’animo che non vomitasse proprio lì; sono andata a provare alcune chiavi della scuola per dei cambi serrature; Zia Ebe mi ha chiamato per chiedermi di recuperare anche Cuginetto It poichè tardava di dieci minuti circa, molto circa; mi sono accertata che Canterina fosse arrivata a casa e avesse trovato la merenda che le avevo preparato, che facesse i compiti e che si lavasse; ho recuperato i due giovani latitanti; siamo corsi a nuoto in ritardo come sempre; ho cambiato Babet peggio che la mamma di Flash; ho aspettato che Zia Ebe ritirasse suo figlio; ho risposto ad un paio di mail (sempre questioni scolastiche); nell’unica mezz’ora a disposizione ho dato appuntamento all’amica di un’amica che aveva bisogno di una consulenza per i Fiori di Bach; fatta consulenza nella sala di attesa della piscina; rivestita e asciugata Babet; corse a casa; giunte al box ci siamo rese conto che avevo dimenticato la borsa negli spogliatoi, ma non la borsa di nuoto… la mia borsa!!! Guidando come Schumacher siamo ritornate in piscina dove ho lanciato Babet a recuperare la borsa alla velocità del suono mentre mi autoinsultavo in tutte le lingue; per fortuna al mondo c’è tanta gente onesta e la borsa era ancora là dove l’avevo lasciata; ritornata a casa tour de force per preparare la cena, impacchettare regalo, accogliere vomitina vomitella più bianca della cartaigienica in candeggio, svuotare borse, leggere avvisi, ascoltare confessioni, racconti, lamenti, cigolii provenienti dalla boccuccia di rosa di Nanà, che probabilmente era più di là che di qua, con l’aggiunta di 38 di febbre. Ho finito di cenare praticamente in piedi mentre monitoravo Nanà e i suoi conati e le altre due si beccavano e si alitavano che era un piacere; mentre sistemavo tutto Nanà si è addormentata di colpo arrotolandosi su se stessa come il coperchio delle scatole di acciughe e ho dovuto portarla a braccia nel lettone, lasciando libera scelta all’ernia se uscire a fare un giretto o aspettare momenti migliori; mentre tentavo di convincere con le minacce le sorelle ad andare a letto ho finito di piegare i panni asciutti, ho dato loro la buonanotte e ho iniziato a leggere le altre duemila mail che hanno fatto capolino nella mia casella di posta elettronica in un solo week end di latitanza da gmail.

Erano già le nove passate quando, tra una lettura e un occhio chiuso, ho sentito un rumorino di porta che si apriva…

“Canterina! Mannaggia a te e chi ti ha inventato!!!!! Mi fai perdere decenni di vita!”

“Mamma… ti devo parlare!” e si infila sotto le coperte, accanto a me sul divano.

“Amore, ti ascolto… ma sappi che sono così stanca che potrei anche non capire la frase più elementare di questa terra!”

“Sai, mamma, ho un problemino. Cioè… in realtà non so cos’è. Mi sento però qualcosa qua, c’è qualcosa che non va. Non lo so cos’è, sai…”

“Ma sai dirmi almeno in che campo? Scuola, famiglia, amore… tempo libero…”

“No, non lo so proprio!”

“E dove lo senti?”

“Qua!”

“Tra il cuore e la gola?”

“Qua!”

“Sui polmoni??”

“Non lo so… E’ che sono non proprio preoccupata, ma non so come spiegartelo, non mi viene la parola giusta…”

Già che sono davanti al computer apro il dizionario dei sinonimi on line.

“Dimmi se sei più angosciata, inquieta, impensierita, nervosa, ansiosa, angustiata, tormentata, assillata, turbata, afflitta, allarmata, intimorita, crucciata??”

“???”

Dopo averle spiegato un paio di termini, deduciamo che la parola che le si addice di più è inquieta.

“Ora andiamo a cercare ‘sbalzi ormonali’… Dunque… La pubertà e l’adolescenza…”

“Ma io non sono ancora adolescente. Cosa vuol dire ‘pubertà’ ??”

La guardo, accantono il computer e cominciamo a parlare di pubertà, crescita, sbalzi ormonali e sbalzi d’umore.

“E come si fa a curarli??”

“Non li curi, amore, sono tutte cose normali. Semplicemente parlandone, con la mamma per esempio, vedrai che ti si chiariranno un po’ di più le idee e riuscirai ad affrontare questo cambiamento al meglio, come stai già facendo, tesoro mio!”

E’ bello sapere che mia figlia sa che per qualsiasi cosa può venire da me a parlarne.
E’ bello vedere che lo fa.
Sa che sarà ascoltata, capita e non giudicata, aiutata e confortata.

In cuor mio, mentre le parlo e la sbaciucchio, mi auguro che sia così per sempre, anche quando sarà grande, adulta, magari mamma a sua volta.
Ma per me rimarrà sempre mia figlia.

“Amore mio, sono sullo stravolto andante e devo ancora finire un po’ di cose… che ne dici di andare a letto?”

“Che ne dici di fare meditazione insieme??”

Non so dir di no a quegli occhioni azzurri e così la nostra serata si conclude con una rilassante meditazione madre-figlia: sedute una accanto all’altra suldivano, respiro dopo respiro, lasciamo andare entrambe le tensioni della giornata.

“Mamma, ti adoro.”

“Anch’io bambina mia. Ma ora a nanna che tra un po’ svengo… e poi mi devi portare a braccia! Ma io peso un po’ più di Nanà…”

<<Possiamo dire di essere veramente vivi
solo quando il nostro cuore sa riconoscere i nostri tesori.>>
Thornton Wilder

La teoria del calzino spaiato

  • novembre 3, 2013 at 23:25

Secondo me la lavatrice se li mangia…