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Son viva e mai ferma

  • marzo 26, 2016 at 17:01

E’ tanto che non scrivo.

Troppo presa? Sì. Come al solito, a volte di più.
Ma per un certo verso non ne ho sentito il bisogno per tanto tempo.

Mesi particolarmente vivi dal punto di vista della crescita personale.
Vivi dal punto di vista “mamma 24h/24″: mamma-cuoca-psicologa-dottoressa-genitore-trefiglieintrescuolediverse-rappresentantediclasse-associazionegenitori-terapeuta-studentessa-amica-amicadelcuore-donnadellepulizie…
Direi da ogni punto di vista.

Ma come non so star ferma fisicamente, così non lo so fare nel cogliere gli spunti dalla vita.

In questo periodo, più del solito, ho avuto prova di come ogni situazione che si presenta alla porta della nostra vita possa leggersi o come un problema, o come un opportunità.
La scelta ovviamente è sempre nostra.

Ho imparato ad ascoltarmi più a fondo e ad ammettere con me stessa di essere umana.
Ho colto al volo l’occasione per imparare a NON GIUDICARMI, una delle lezioni più dure da mettere in pratica, ma che, se assimilata, smussa gran parte delle rigidità che ci portiamo dentro da sempre e che, inconsciamente, coltiviamo giorno dopo giorno.

Ciò che mi è rimasto più impresso, tra le lezioni imparate in questi mesi, è, ancora una volta, il vedere come gran parte delle persone rifugga il cambiamento come una malattia contagiosa.
Chi, messo di fronte alla scelta di cambiare, preferisce rintanarsi nella certezza conosciuta della routine, della quotidianità, piuttosto che “osare” lanciarsi verso la scoperta di Se Stesso e della propria anima.

Per fortuna c’è anche chi, invece, sa cogliere al volo l’opportunità di illuminare qualche parte della propria vita, semplicemente ascoltando e prendendo coscienza che il cambiamento, spesso, è doveroso.

Ho scoperto di essere un lucente strumento di cambiamento per chi, con fiducia, si confronta con me e la mia sensibilità umana.

Sentirmi dire “Ho fatto questa scelta, sofferta, ma ponderata. Era ora di cambiare… ed è anche colpa tua e delle chiacchierate che abbiamo fatto! Mi hai acceso un lanternino che mi ha fatto riflettere… e quindi GRAZIE.” è solo la prova che sto seguendo il mio percorso.
Far star bene qualcuno, con un massaggio, un trattamento, una parola, non fa differenza.
E’ ciò che Sono io, la mia missione e sono grata al Cielo di rendermi ogni giorno strumento di crescita per me stessa e per gli altri.

Vedere chi, inizialmente ti ringrazia per avergli aperto la visione su un mondo nuovo ed avergli insegnato a guardarsi dentro, poi si rintana nella solita vita di sempre, fuggendo a quell’ascolto che forse spesso fa paura, e taglia i ponti non solo con me ma con la possibilità di migliorare la propria esistenza, beh, ormai fa parte di ciò che affronto con serenità, poichè consapevole che la paura vince molto più spesso che l’amore per se stessi e per chi ci circonda.

Mi son ritrovata spesso a pensare “Ho sbagliato a vedere dentro quella persona? Eppure quando guardo col cuore sono certa di ciò che vedo…. ma poi…”

Ma poi ho capito.

Che ciò che vedo col cuore, e mi capita sempre, sono le POTENZIALITA’ delle persone.
Che tutti, chi più e chi meno, chi molto e chi molto poco, ma tutti hanno potenzialità inespresse dentro di sè.
E’ quella scintilla divina senza la quale non si spiegherebbe la nostra incarnazione nella vita terrena e la nostra esistenza in questo universo.
E le potenzialità ci sono, ma c’è chi lo sa e chi non lo sa, chi sceglie di utilizzarle, chi non lo sa fare, chi non ha gli strumenti per farlo e chi non vuole farlo.

Il mio compito è semplicemente metterle in luce.
Ma non tutti apprezzano la Luce.
La Luce illumina le parti buie. Quelle parti che a volte si preferisce lasciar nascoste.

Anche come genitori abbiamo il compito di illuminare le parti buie dei nostri figli e dar loro gli strumenti per affrontarle e trasmutarle, così che sappiano entrare nella vita con la Luce del coraggio e dell’amore per se stessi.

E poi abbiamo una grandissima fortuna: i nostri figli ci fanno da specchio come nessun altro.
La casa, la famiglia è l’ambiente più complicato da gestire perchè è dove abbiamo l’opportunità maggiore di lavorare su noi stessi e di crescere, un’opportunità che ci viene quotidianamente e senza richiesta sbattuta in faccia.

Io ringrazio ogni giorno le mie figlie di essermi da specchio, di essere grande strumento di crescita per me.

In questi mesi ho imparato tanto: ad essere strumento, ad ascoltare a fondo le mie emozioni e le mie fatiche e ad accettarle, a lasciar andare ciò che non serve con più serenità del solito, ad accettare con amore chi sceglie di non crescere ma allo stesso tempo di essere cosciente che non potrà far parte della mia vita… perchè io sono in continuo cambiamento, in continua evoluzione, e chi si ferma, con amore e serenità, viene lasciato indietro.

Perdi i colpi anche tu? … Benvenuta nel gruppo!

  • ottobre 2, 2014 at 01:30

Inizio anno scolastico.
Incubo per le mamme.
Iscrizioni a destra e sinistra, novità tra docenti e classi, riunioni, direttivi, attività pomeridiane da pianificare, mense scolatiche che perdono la documentazione…
Più figli hai, più delirante è la situazione.

Per di più, non ho mai capito perchè, l’autunno è la stagione che predilige in assoluto le visite mediche di controllo; segue la primavera.
Più figli hai, più li visiteranno.
E l’agenda si satura.

Inoltre noi entriamo nel tour dei compleanni: da metà ottobre circa a Natale invecchiamo, in ordine, Babet, la sottoscritta, Nanà, Zio Ratatouille, Nonna M., Canterina, Nonno M., Gesù Bambino.
The last but not the least, mi vien da dire…

Babet tra poco farà 10 anni.
E’ tradizione a casa Wonder, in quinta elementare, invitare a casa le amiche di scuola a festeggiare con pizza, film, giochi e regali.
Tradizione che ho inventato io di sana pianta, ma almeno sono avvisate e non me la chiedono prima.

Fatto sta che alle mille cose da fare ho avuto anche la brillante idea di aggiungere la decorazione di tazze da caffèlatte da lasciare in ricordo alle amiche dopo la festa.
Mi sono già insultata da sola.

Così, con la mente sempre più impegnata a pensare, pianificare, organizzare… perdo ancora più colpi del solito.

Stamattina mi ha chiamato un’amica un po’ depressa perchè ne aveva combinata una grossa.

Quell’amica che riesce sempre a squillarmi nei momenti peggiori, come quando sto tentando di aprire la cantina con una scatola di 12 litri di latte di riso in braccio, o mentre sono alla cassa del supermercato e insacchetto alla velocità della luce perchè ho beccato il cassiere figlio di Flash Gordon, oppure quando ho appena infilato il secondo piede nella vasca e ho lasciato il celulare in cucina…

Oggi mi ha chiamato mentre ero nel parcheggio del supermercato con tre borse nelle mani e le chiavi dell’auto e il cellulare in bocca.
Con la vibrazione mi si è crepata un otturazione!

Si sentiva in colpa perchè una mamma della sua scuola le aveva chiesto di recuperarle la figlia, lei aveva accettato e poi se ne è dimenticata… lasciando la bambina a scuola con le maestre in attesa della madre.
A me capita sempre di scordarmi di dover prendere Cuginetto It, se non ci fossero Nonna M. o Zia Ebe che me lo ricordano all’ultimo, sarei già finita nel guinnes dei primati per “mancato recupero figliolanza”.
Ovviamente alla domanda “Te lo ricordi che devi prendere anche Cuginetto It?” rispondo sempre “Certo, non ti preoccupare! Ho già la merenda pronta anche per lui!” con una grande faccia di palta, per non ammettere l’alzeihemer galoppante.
Negare sempre l’evidenza.
Quindi ho rincuorato la mia amica dicendo di non preoccuparsi, poichè perdere i colpi è prassi quotidiana delle donne con duecentomila cose da fare.

Poi mentre tornavo a casa in auto, ho intravisto un’altra amica che camminava sul marciapiede, poco fuori dal nostro quartiere, e ho pensato di chiederle se voleva uno strappo fino a casa sua.

E poco dopo le ho scritto un messaggio:
“Ero in via Taldeitali in auto, e mi son fermata a chiederti se volevi un passaggio….. Peccato che non eri tu!!!!”

Lo reputo un segnale di miglioramento??

Il bello e il brutto della morte, ovvero mi pareva d’essere in un film

  • agosto 28, 2014 at 23:51

E’ morta una cara signora che io, Canterina e Babet conoscevamo.
Lavorava nel mondo della nostra scuola, aveva poco più di sessant’anni, ed aveva un cuore d’oro.

Così, non essendo sicura di riuscire ad andare al suo funerale, oggi mi sono trovata con alcune amiche, per “farle visita” alla camera mortuaria. Senza bimbe ovvio.

E’ un periodo in cui sto riflettendo sulla morte, sul viaggio delle anime, sull’aldilà, forse nell’ottica realistica, non cinica, che NonnaBis non starà qui per sempre.
E mi sono resa conto che spesso la morte di un parente caro, o di un amico, sono tanto dolorose e difficili per chi rimane ancora su questa terra. Ma chi ci dice che le loro anime non siano finalmente e definitivamente in pace? Io sono convinta che sia così.
Invece noi ci crucciamo, ci disperiamo e soffriamo a dismisura, un po’ perchè vorremmo la certezza matematica che stiano bene, ma soprattutto perchè non accettiamo di lasciarli andare, specialmente quando la dipartita è precoce invece di seguire il naturale processo delle cose.

Sì. La morte è un problema dei vivi.

Era un signora gentilissima, la più gentile di tutte a detta di Babet, ma soffriva abbastanza, fisicamente.
Quando stamane ho saputo della sua morte mi è venuto spontaneo pensare che la sua anima fosse stanca di faticare così, e che avesse scelto di andare in un posto migliore. Così, non mi sono sentita dispiaciuta, ero felice per lei.

So che può sembrare cinico e incomprensibile, ma è così che mi sono sentita.
E con tanta serenità mi sono presentata alla sua camera ardente, tra colleghe e parenti immersi nelle lacrime.

Inoltre era una persona sempre allegra.
Quindi sono sicura che anche lei, da lassù, tratteneva le risate quando mi sono trovata in mezzo ad un dialogo surreale tra suo fratello quarantenne, arrivato tosto dalla capitale, che rispondeva in romanaccio a una vecchiettina friulana che insisteva a raccontare della morte di suo marito, giusto per tirare su di morale il parentado.

“Ma quand’è il funerale?” chiede la vecchietta.

“E chenne so io! So’ arrivato mò da Roma… Sorella, mia adorata sorella, perchè mi hai fatto questo… Nun me lo dovevi fa’!” continuava a ripetere il fratello.

“Ah, è tra un paio di giorni, a quest’ora, c’è scritto!” esclama argutamente la sciura.

“Ah chenne so. So solo che poi la portamo dritta dritta a Roma. Là ce stanno tutti i parenti! La tomba di mi’ madre… ce stan tutti a Roma! La riportamo a casa sua!” mi spiegava lui, guardandomi come per chiedere conforto.

“Ma di cos’è morta?” chiede con grazia estrema la vecchietta al fratello.

“Ma t’ho detto che so’ arrivato mò! Ma forse infarto… stanotte… nun so… ah, sorella che m’hai fatto!” iniziava a svarionare lui.

“Sa, mio marito è morto anche lui giovane. Leucemia fulminante! Otto giorni e se n’è andato!” esclama la donnina con un tatto inverosimile, mentre io mi copro la faccia con una mano, poichè non so se ridere o piangere.

Lui continua a parlare alla salma della sorella.
E la vecchietta non demorde:
“Noi invece abbiamo tutte le tombe in Friuli! Siamo tutti là, anche mio marito…”

“Eh, noi la portiamo a Roma, a casa! E’ la che se sentiva a casa…”

“Noi invece in Friuli, nel nostro paesino…”

“Sì, in Friuli… co’ l freddo… nun semo abituati noi de Roma… noi semo di giù… e poi a me che c***o me’ frega??!! … scusi il francese signò… ma capisce il momento??”

Mi sembrava tutto così paradossale che fissavo la salma per non ridere, sicura che se fosse stata ancora viva, li avrebbe mandati lei a quel paese sghignazzando.

“Coraggio… si faccia coraggio… bisogna farsi coraggio! Si deve fare coraggio… coraggio ci vuole in questi momenti…” insisteva la signora anziana, dando pacche sulla spalla al povero romano, dal quale, giuro, mi aspettavo un gancio destro in piena bocca dello stomaco della vecchia.

“Ma che c***o de coraggio?! Ma che sta a’ dì??”

Io pregavo che se ne andasse, perchè era veramente imbarazzante l’insensibilità con cui continuava ad infierire su quel pover’uomo. E fortunatamente così è stato.

Appena la vecchietta varca la soglia, il fratello mi chiede:
“Ma chi era ‘sta vecchia??”

“Non ne ho la più pallida idea…”

“Ma allora era ‘na curiosaccia!! … Sorella! Ma che m’hai fatto?? Nun me lo dovevi fa’… ma guarda che bella che sei ancora!” dice mentre le accarezza veementemente il volto “ma la tinta mica te l’eri fatta, sa’! Che… Te faccio la tinta? Che dici?… Gliela faccio ‘na tinta??!”

Son rimasta a parlare ancora un po’ con lui, dopo poco le mie amiche mi han dato il cambio.

Mentre uscivamo in strada ho chiesto loro:
“Avete conosciuto anche voi il fratello romano?”

“Sì… che tipo!”

“Mi ha anche dato il suo numero…”

“Come ti ha dato il suo numero?? E tu che hai fatto?”

“E cosa dovevo fare? Mi teneva la mano mentre piangeva e mi diceva che gli farebbe piacere se lo chiamassi nel caso vada a Roma… Mi sembrava scortese non prenderlo, così me lo son fatto dare… Me l’ha ripetuto tre volte!”

“Minchia Wonder!!! Sei l’unica che riesce a cuccare in una camera mortuaria!!!”

Buon cambiamento

  • agosto 4, 2014 at 21:25

Senza figlie a casa ho tutto il tempo di fare quelle cose che mi tiro dietro da una vita, quei lavori da uomini per i quali ho bisogno di spazio e soprattutto tempo per riuscire a terminarli e pulire dopo, nonchè quelle cose a cui piace dedicarmi, come la lettura, che non riesco a portare avanti come vorrei durante l’anno.

Questo è quello che mi dico ogni volta.
Poi, dell’elenco stilato a inizio “mie ferie personali” (leggi: quando le bimbe vanno in vacanza col papà), non concludo nemmeno la metà.

Che inguaribile ottimista!

Il dovere chiama sempree, quindi ho già comprato tutti i libri di scuola per Canterina, ribaltato la cameretta per pulirla, montato con l’aiuto di nonno M. un paio di mensole (scelta alternativa a uscire noi di casa per farci stare tutti i libri che abbiamo…), sfoderato i divani, montato il porta tenda, aggiustato l’asse del wc…

In certi momenti mi sento decisamente la figlia di Mc Gyver.

Stamattina, mentre facevo un massaggio, pensavo che mi toccherà anche tosare le siepi e, come per magia, i giardinieri condominiali, oltre che tagliare quelle esterne hanno livellato anche tre quarti delle mie.
Certo, la massaggiata si sarebbe certo rilassata di più senza quel BRBRBRBRBRRRRRRRRRRRRRRRRR di sottofondo, ma guardiamo il risultato.
Infinitamente grazie e queste anime pie!
Lassù Qualcuno mi ama…

Ma di riuscire a leggere quei tre libri che mi aspettano sul comodino non se ne parla!

Così oggi pomeriggio decido di dedicarmi un paio d’ore ed andare al parco con un libro nel cestino della wonderbike.
Se rimango in casa continuo a far andare le mani e a rimandare il momento della lettura.
Perfetto!
Niente potrà mettersi tra me e le 147 pagine che mi mancano per finirlo!
Così è deciso, la seduta è tolta!

… A meno che non incontri un amica che non vedi da un pezzo e ti fermi a chiacchierare per due ore…

Prima in sella alla bici…
Poi scendendo dalla bici…
Poi parcheggiando la bici e andando a prendere un caffè…

Sono incorreggibile.

Vabbè…
Sono stata molto felice di parlare con lei.
Ci siamo raccontate un po’ di cose. Un bel po’.
Mi ha chiesto delle bimbe, dell’ultimo corso che ho fatto, del compagno con cui ho chiuso, e questa volta definitivamente, del mio ex marito con cui ora, posso dirlo fiera, vado d’amore e d’accordo…
Abbiam parlato di figli, di relazioni e comunicazione, di salute, di genitori, di epigenetica e di medicina cinese…

Io parlavo serena (certo che sono serena, son senza figlie e senza l’obbligo di guardare l’orologio!), ma forse c’era una serenità di fondo, diversa dal solito, che traspariva anche nel mio entusiasmarmi del racconto.

Così, quando ci siamo congedate, la mia amica mi ha detto:
“Star vicino a te è rilassante!”

“Soporifera?”

“Quanto sei scema! No, ci si rilassa, metti pace.”

Mi son fermata ad accogliere questo bellissimo (a mio parere) complimento.
Perchè prova che quel cambiamento che desideravo e per cui lavoro ogni giorno, sta avvenendo, è avvenuto.

Alcune amiche mi han detto che a volte sono “troppo zen” (nel senso che “non fanculizzo abbastanza”, a detta loro…), a me va bene così.
Si può essere vivaci e “zen” contemporaneamente.
La mia parte goliardica ed entusiasta non potrà mai essere eliminata, nemmeno quella che parla da sola.
Non anelo ad essere una santona, una saggia della montagna o l’erede del Vecchio dell’alpe.
Però son cambiata, sì.
Ho perso per strada anche un po’ di memoria se proprio vogliamo essere precisi…

Ciò che siamo dentro si riflette all’esterno, nella nostra vita esteriore, in chi incontriamo, in ciò che attiriamo e che viviamo.
Già sto sperimentando esternamente il mio cambiamento interiore, ma mi aspetto ottime cose nel mio futuro.

Ad un amico con cui cenavo qualche sera fa, che mi parlava di insoddisfazioni, di sentirsi stretti in ciò che si fa, ma di non avere il coraggio di fare il salto, ho chiesto se la paura del cambiamento fosse più forte del desiderio di inseguirlo.
Sì, cambiare è una delle cose più difficili e paurose, ma inevitabili, che ognuno di noi si trova ad affrontare continuamente.
Ma il cambiamento solido, quello di cui non ci si pente, quello che si sente nel cuore, è il cambiamento motivato dalla ricerca di Chi vogliamo Essere, e non di Cosa vogliamo Avere.
Alla domanda Chi volesse Essere veramente lui non ha saputo rispondere.
Perchè non significa essere musicista, piuttosto che manager, o artigiano, o padre di famiglia, questo rientra comunque nell’avere, avere una passione, avere un lavoro, avere una famiglia…
La domanda è molto più sottile e la risposta la si trova nel proprio cuore, dopo un assidua rierca, ma mai nella testa.

E allora ciò che ho augurato a lui, auguro anche a tutti voi.

Comprendete, col cuore, Chi volete Essere e poi…
Buon cambiamento!!!

Un forte abbraccio

  • marzo 23, 2014 at 15:03

Messaggio di Homo di ieri sera:
“Canterina… 38.2 …”

Ho subito chiuso il telefono e mi sono immaginata il pinguino di Madagascar 1 che, mentre riscendeva nel buco scavato per la fuga, diceva ad Alex la zebra, in stile ipnotico:
“Tu non hai visto nieeenteeeeeee…”

Ho ancora un giorno per far finta di non saperlo.
Oggi relax e lavoro.
E contando che mi piace il mio lavoro, quando riesco a farlo, direi che mi aspetta una bellissima giornata, prima di rientrare nel vortice della madre-cura-prole.

Ieri pomeriggio sono stata con i miei nipoti ad una festa di compleanno di una bimba che non conoscevo nemmeno.
In realtà non conoscevo nessuna delle 50 persone che si accalcavano in quei venti metri quadri a spizzicare cibarie e dirsi “Ma da quanto tempo non ci vediamo? Sei sposato? Ma com’è cresciuta tua figlia! Dorme tutta notte??”

La mamma della festeggiata è una conoscente di zia Ebe.
Le è morto il marito di un male fulminante lasciandola sola con una figlia di nemmeno un anno, disperata.
Zia Ebe mi aveva chiesto se potevo farle i Fiori di Bach.
L’avevo sentita per telefono un paio di volte, praticamente l’avevo ascoltata piangere.
Sono quei momenti in cui sai che qualunque cosa dirai, la persona che hai davanti vedrà solo la sua disperazione e la sua tragedia senza uscita.
Serve empatia senza coinvolgimento, sorrisi senza lacrime, amore senza giudizio.

E’ stata brava zia Ebe a consigliarle di festeggiare comunque il compleanno della figlia, riempiendosi la casa di amici e conoscenti per non star da sola a continuare a rimuginare al suo dolore.
Così mi ha chiesto di andare…

Era felice di avere accanto tante persone che le volevano bene.
Ha pianto, ha tagliato la torta, ha stretto a sè quella piccola creaturina che non aveva ben chiaro cosa stesse succedendo in quell’affollata casa, cercando di farle passare la sua forza e il suo coraggio.

Sono stata felice di poter portare anche solo un minuto di pace in quel cuore straziato, mentre le regalavo la boccetta prima di andar via, abbracciandola come nessuno degli invitati aveva ancora fatto: stretta stretta.

Io sono da abbraccio.
E’ più forte di me.
Il contatto di un abbraccio dice più di mille parole.
Dice soprattutto “Ti riconosco e ti apprezzo”.
Come anima divina presente in questo mondo, che in questo istante condivide con me parte di sè.
Può voler dire “Io ci sono”, “grazie”, “ti dono il mio amore”, “non aver paura di piangere”…

Piangere va bene.
Ogni lacrima che si versa è un pezzo di ghiaccio che si scioglie.

Prego per lei perchè sia in grado di risollevarsi con fierezza da questa prova che la vita le ha posto davanti, consapevole che ci arriva tutto ciò che siamo in grado, anche con difficoltà, di sopportare e superare.

Ringrazio questa meravigliosa creatura per avermi insegnato ancora qualcosa.

Auguro a tutti voi di imparare ad abbracciare.

Che fatica lasciar andare

  • marzo 10, 2014 at 01:51

Un’amica mi ha scritto:

<<Lasciar andare non significa non interessarsi,
ma smettere di credere di aver potere al posto degli altri.
Lasciar andare non significa fregarsene,
ma lasciare che l’esperienza sia consigliera, non le parole.
Lasciar andare non è vittimismo,
ma la profonda certezza che spesso gli effetti non dipendono da noi.
Lasciar andare non è cedere ai fardelli della vita,
ma credere che siamo nati per uno scopo elevato.
Lasciar andare non è di domani,
ma è di un oggi che aspetta di essere vissuto…>>

Hai ragione, su tutto.
A volte però viene richiesto un impegno ancora maggiore, direi da… Terzo livello, e cioè lasciar andare quelle proprie parti oscure, quelle che ti bloccano e ti impediscono di vivere le stesse esperienze in maniera diversa.

E’ un impegno che si prende chi ‘sceglie’ di lavorare su se stesso in maniera profonda, più profonda di un lavoro a livello emozionale o mentale.
Chi sceglie di “cambiare” seriamente deve saper riconoscere di avere delle parti oscure, dei meccanismi che riportano sempre a compiere gli stessi errori, le stesse dimaniche.
E l’impegno è verificare questi meccanismi, riconoscerli… e fare di tutto per non frequentarli: lasciarli andare.
Ma non basta farlo durante una condivisione, un meeting, un seminario e poi tornare nel mondo come eravamo esattamente poco prima.
Il lavoro più duro è portare tutto ciò nella vita di tutti i giorni.

E’ difficile farlo.
Ma solo così si potranno salire i gradini della consapevolezza.

Quindi amica, lascia andare chi hai scelto di lasciar andare.
Con dolore, con tormento, con fatica, con la piccola vacillante certezza che è il meglio per te.
Sono con te.
Ma aiutati poi a liberarti di tutti i legami che ti hanno riportato più e più volte a rivivere la stessa situazione, perchè tu possa vivere veramente il cambiamento.

Che non significa cambiare persona.
Significa cambiare vita.
Poichè quando tu non sarai più la stessa, inevitabilmente, non lo saranno nemmeno le persone che ti circondano.

Ti ricordi?
Vuoi cambiare qualcuno che ti ferisce? Prima di tutto cambia te stessa.
Quando lo sarai, chi hai di fronte… o cambierà a sua volta oppure uscirà serenamente dalla tua vita, perchè tu non avrai più necessità di “vivere” quell’esperienza.

Però poi, promettimi una cosa… che inseguirai ciò che il tuo cuore vuole ad ali spiegate, senza fermarti di fronte a nulla.
E se mai ti fermerai, non sarà la solita “colpa” degli altri (niente giustificazioni, prenditi le tue responsabilità!), ma sarà esclusivamente una Tua scelta.

La lucidità non mi perde mai

  • febbraio 10, 2014 at 01:54

Ore 23.00

Sto guidando in autostrada, dopo un leggerissima cena vegana a base di lesso con salsa verde, passatelli in brodo di carne e torte rustiche e burrose fatte in casa da amiche a cui indubbiamente piace cucinare.

Sono in piena fase guidator-digestiva che sfugge l’abbiocco.

Già la parola “lucida” non mi si confà decisamente, poi ci si mettono pure i cartelli elettronici di buon auspicio:
“IL COLPO DI SONNO NON TI AVVISA!”

………
Beh, se è per questo nemmeno il colpo di culo.

La maga del teflon

  • febbraio 7, 2014 at 00:16

La lavasciuga nuova di due mesi è svampata qualche tempo fa.

Bloccata, faceva saltare il salvavita ad ogni tentativo di accensione.
Con i panni bagnati dentro, manco a dirlo.

Dieci giorni di attesa del tecnico, il quale non si è presentato al primo appuntamento, facendomi aspettare a casa giusto quel… tutta la mattinata, te poss!!!

Il giorno che, di grazia, si è presentato, gli ho aperto la porta con un “Buongiorno! Era lei che doveva venire giovedì e non si è presentato senza avvisare???”

Lui ha negato guardandosi i piedi.
Beccato!

Vabbè, io sono per il perdono facile, quindi con il sorriso l’ho accompagnato in bagno osservando il suo operato col fiato sul collo come un condor sulla carogna di un cane della prateria in decomposizione.

Come in decomposizione erano i panni dentro la lavatrice, poichè quando ha aperto l’oblò è uscita un “EAU DE FOGNE” che manco un cadavere avrebbe usato come deodorante!

“Signora, le consiglio di lavarli un paio di volte i panni… magari con dell’aceto!”

“Nooo… pensavo di utilizzare il topo morto che mi è avanzato dalla cena di ieri! Giusto per dare il colpo di grazia… ”

Alla fine della fiera ha aggiustato il guasto elettrico… ma la lavasciuga fa a tuttoggi strani rumori all’accensione. Ma solo un lavaggio su cinque.
Viva la garanzia.
Durante il tramestio, il tecnico si era accorto che il rubinetto dell’acqua si era svalvolato. cioè anche da chiuso faceva passare l’acqua giù per il tubo.

E no! L’idraulico non lo chiamo!

Così tramite il marito di un’amica ho recuperato un rubinetto nuovo, da montare. Io.
Sono o non sono Trilli, la mamma Tuttofare???

Oggi pomeriggio ho imprecato in tutte le lingue del mondo.
Primo perchè non trovavo la valvola generale per chiudere l’acqua.
Poi perchè le valvole erano incastrare nel mobiletto sotto il lavello, esattamente all’altezza della mensola in vetro “fissata e non removibile”.
Quindi perchè mi son venuti i calli per avvitarla con il pappagallo.
Poi perchè avevo avvitato quella dell’acqua calda che si trovava magicamente a destra.
Poi per i nuovi calli per la valvola dell’acqua fredda.
Infine perchè dopo aver smontato il tubo, il rubinetto era troppo duro anche per il mio fidato pappagallo…

“Per la forza di Greyskul!!!!!!” urlavo ad ogni sforzo, facendolo seguire da un più sonoro “ADRIANAAAAAAAA!!!”

Ma niente!
Urgeva forza bruta maschile.

Sono andata a suonare al mio vicino, ma non era in casa.
Mumble, mumble, mumble.
Chi mi poteva risolvere il problema e anche i problemi che sarebbero potuti spuntare come funghi da lì a poco?? Perchè in fondo sono sensitiva…
Trovato! Chiamo quel sant’uomo di Tizio!

Avvisato dalla moglie si è presentato alla mia porta dopo dieci minuti, mentre infornavo le orate, puntuale come un dito nell’occhio.

Il rubinetto ha ceduto alla sua forza bruta ma, come prevedevo, non era finita lì. Ne era rimasto incastrato un pezzo nel muro.
Chi la dura la vince, dai di qua che dai di là, tanto va la gatta al lardo… alla fine ce l’abbiamo fatta.
Abbiamo anche riavvitato il nuovo rubinetto… Circa cinque volte, avvolgendolo con sempre più teflon ogni volta che ci riprovavamo.
Poco dopo l’ho congedato ringraziandolo e augurandogli buona serata.

Peccato che non siamo proprio riusciti a sistemarlo definitivamente… perpendicolare al pavimento. Così ora ho un rubinetto storto. Di quasi 90°. Con il tubo che si lancia in una curva improponibile al di fuori della lavatrice.
Ma in fondo a noi piace la creatività.

In preda alla stanchezza abbandono ogni tipologia di elucubrazione mentale e rimando la ricerca della soluzione a domattina, quando il marito di un’amica, davanti alla scuola elementare, mi darà lezioni su come posizionare correttamente il teflon.

Che dire…

Sono tutte esperienze!

Conclusioni geniali

  • gennaio 12, 2014 at 01:19

Canterina mi dice tutto, per fortuna.
Si fida, si sente ascoltata e compresa.
Tento sempre di aiutarla a stare meglio, ad utilizzare ogni esperienza come opportunità di crescita, a darle una visione migliore.
Cerco di avere sempre la parola giusta per lei.

Mentre le davo la buonanotte mia ha detto:
“Grazie mamma… Tu non sei solo la mia mamma, sei un’amica, sei tutto quanto… sei proprio speciale!”
Forse avrei dovuto registrarlo. Potrebbe tornarmi utile per gli anni a venire…

Comunque è bello sapere che se tua figlia ha bisogno di aiuto la prima persona a cui si rivolge sei tu. E’ una grande rassicurazione.

E così anche ieri sera, mentre ceniamo, Canterina esterna le sue delusioni e frustrazioni di preadolescente.
Sa che con me lo può fare e dà sfogo a qualche lacrima.

Guardo la mia “bambina” col cuore in mano.
Da una parte sono contenta di constatare che tutto il lavoro che ho fatto finora si sta rivelando utile e mia figlia ha piena coscienza del giusto e dello sbagliato, ragiona con la sua testa e non segue a pecorona le trasgressioni che i compagni ormai sfoggiano come ordine del giorno.
Dall’altra parte soffro con lei per quel suo sentirsi sola e paradossalmente “controcorrente” che le crea tanta pena e tormento.

“Tesoro mio, è proprio vero che è meglio essere soli che male accompagnati…”

“Ma io non voglio stare sola! Io voglio delle amiche!”

“Lo so tata, ma non sei sola, hai almeno due compagne in gamba con cui puoi…”

“Anche loro stanno cominciando a seguire Tizia e Caio!”

“Tesoro, io ringrazio il cielo che tu sia così intelligente da non volerti conformare a tutti i costi con le trasgressioni sciocche che propongono alcuni tuoi compagni e che attirano tanto gli altri. E’ faticoso, ne sono sicura, ma sono fiera di te, perchè sei una ragazzina intelligente e coscienziosa!”

Chiacchieriramo a lungo, mentre intervallo la consolazione per la figlia grande con ammonimenti per le sorelle.
“Nanà… stai un po’ ferma mentre mangi! … Babet, devi proprio pucciare il braccialetto nel piatto??”

Babet indossa un braccialetto stile rosaio, con tanti tasselli che sembrano delle mini-icone, raffiguranti figure religiose e della sacra famiglia.

Sto ancora parlando con Canterina che, ad un certo punto, Babet esce con una delle sue perle:
“Mamma… ma Gesù Bambino era viziato??”

Comincio a ridere.
“Ma come ti vengono certe cose, amore?! Perchè me lo chiedi?”

“Eh… aveva la veste bianchissima e elegante, la corona…” mi dice mentre osserva il suo braccialetto.

“Ma patata, così è come lo hanno disegnato e lo raffigurano spesso, ma non era sicuramente vestito così…”

“Seee, viziato Gesù Bambino!!” interviene la sorella grande e consapevole “Ma come faceva Lui ad esse viziato se suo padre era un taglialegna e sua madre era disoccupata?!?!”

C’ho ancora le lacrime agli occhi…

Amiche per Forza

  • gennaio 4, 2014 at 02:43

Mi ero ripromessa di disintossicarmi dal computer nelle vacanza di Natale, e così ho fatto.
Un po’ per bisogno di staccare, un po’ perchè è stato un periodo molto impegnativo.

Natale a casa mia.
Capodanno a casa mia.
Probabilmente Epifania a casa mia…
Feste rumorose e colorate, stancanti e vivaci.
Operazioni.
Preoccupazioni.
Sofferenze.
Insomma, in queste feste ci abbiamo infilato un po’ di tutto.

Finchè oggi, dopo il ribaltamento della casa di ieri e lo stiraggio odierno, modi fallimentari per tenere occupata la mia mente che ormai da giorni non mi lascia in pace, mi son fermata un attimo per godermi la visita di Zia Caia e Zia Vicky, compagne di liceo rimaste amiche, che vedo si e no una volta all’anno.
Nonostante Zia Vicky abiti di fronte a me…

Libere da figli (anche loro ne hanno un paio a testa), ci eravamo date appuntamento a casa mia nel pomeriggio, per poi decidere dove consumare insieme una cena frugale. Tanto siamo chiacchierone e le undici arrivano come niente!

Arriva Zia Caia da sola:
“Vicky non sta bene, è ancora impestata dall’influenza, non viene!”

“Peccato!” E’ una vita che non la vedo, mi avrebbe fatto veramente piacere.

Ho voglia di una serata tranquilla, tra amiche di vecchia data, anche se so che noi tre messe insieme, probabilmente per recuperare il tempo perso, abbiamo la capacità di parlare contemporaneamente a velocità disumana raccontandoci esperienze di un anno, nostre e di amici in comune, e commentando il tutto, riuscendoci inoltre a capire.
Beh… In realtà zia Caia è sempre così.

Chiacchieriamo un po’ io e lei, specialmente delle mie disavventure.
Zia Caia viene a conoscenza di alcuni particolari, grazie ai quali mi son giocata la serata con la “presa per il culo facile ad ogni battito di ciglia” e probabilmente non solo la serata… che amica!

Ad un certo punto Zia Caia mi confida che, probabilmente, Zia Vicky dev’essere in un periodo di crisi. Non lo sa con certezza, ma presuppone anche la causa.
“E se la chiamassi? Aveva la febbre alta?”

“Ma io ho insistito già, non vorrei…”

“La chiamo io… sento un po’ come sta… e vediamo!”

Zia Vicky è intasata di brutto, ma in realtà volevo assicurarmi che stesse “bene” in un altro senso, così ci proponiamo per un salutino veloce e…
Si trasforma in una serata-pizza di confidenze, racconti, confronti, confessioni vere e proprie.

Tre amiche che hanno preso strade molto diverse, ma che in realtà hanno ancora tanto in comune.
E la prima cosa è il bene che ci vogliamo, incondizionatamente.

Le confessioni possono avvenire solo in un clima accogliente, sicuro, in cui non ci si sente giudicate.
Ed è stato così, abbiamo saputo accogliere le fragilità delle altre e coccolarle, in modo da farle sentire più leggere, meno logoranti.

Tre amiche che, anche nei momenti di confronto vivo sulla vita, non si fanno mai mancare quelle battutine, acide ma amorevoli, che alleggeriscono il peso della sofferenza.

Zia Vicky, col suo savoir-faire, donna di carattere e sempre disponibile, madre lavoratrice con la sua buone dose di sensi di colpa, che tenta sempre di trovare una soluzione ottimale e metabolizza a velocità della luce, senza permettersi a volte di lasciar andare la sua fragilità… e le vogliamo un mondo di bene.
Quella che nella sua ‘cortesia’ riesce comunque a rincarare la dose di insulti di Zia Caia per le mie scelte amorose e si becca anche lei un bel “Che amiche di merda!!”
Col sorriso sulle labbra, ovviamente.

Zia Caia, con quella sua lingua tagliente e sempre in moto, che non conosce vie di mezzo e nemmeno il dono della sintesi, che dice sempre le cose come stanno… come stanno per lei, ma che conosce egregiamente e non nasconde i suoi difetti dichiarandoli apertamente al mondo… ed è per questo che l’amiamo così com’è.
Quella che, mentre parlo della scuola statale e di argomenti affini, mi dice:
“Se entri in politica io ti voto!”
O che mentre stiamo discutendo di questioni emotive importanti, guarda Vicky e commenta:
“Ma perchè andiamo dallo psicologo se abbiamo lei?!?”
Una stronzetta adorabile, si direbbe da sola.

E io…io che… beh, lo sapete già come sono.
Io che punzecchio con battutine Zia Caia per alleggerire le bombe che sta lanciando in aria a Zia Vicky, tentando di dare una versione più digeribile di una situazione già pesante ad aggrovigliata di per sè.
Io che vedo negli occhi di Zia Vicky un dolore già provato, già vissuto, e penso che posso far tesoro della mia esperienze per poter indicare ancore di salvezza a chi in questo momento non riesce a mettere a fuoco il proprio futuro.
Io che guardo noi tre, sedute sul divano, a parlare di vita, di dolori, di sensi di colpa, di lasciar andare, di voler o non voler crescere, della parte bambina e di quella adulta che ognuna di noi ha dentro e che ci fa far scelte importanti e significative per il nostro futuro, anche se ai nostri occhi il nostro futuro ancor chiaro non è.

Ma proprio questo ci accomuna.
Il voler indirizzare il nostro futuro verso mete felici, senza rimpianti.
Il desiderio di dare il meglio ai nostri figli, nonostante i nostri errori.
La consapevolezza di non essere perfette, ma di non doverci sentire in colpa per questo.
L’aver sempre la parola giusta per le altre e mai per se stesse… anche se in realtà, in fondo in fondo, sappiamo che dentro i nostri cuori, le parole giuste ci sono sempre.
Il voler riuscire ad essere sempre fedeli a noi stesse e a ciò in cui crediamo, per continuare il cammino verso Chi vogliamo essere realmente.

Una riflessione che facevo in questi giorni è che spesso ci sembra che ciò che ci arriva non concordi assolutamente con ciò che vogliamo o che abbiamo chiesto.
In realtà non è detto che sia qualcosa di sbagliato per la nostra vita… un errore di spedizione. Ma spesso non ci accorgiamo che ciò che ci capita sono semplicemente dei “passaggi” che ci portano verso l’obiettivo finale.

Facciamo fatica a comprendere a volte questi “passaggi”.

Io ne sto affrontando uno che mi fa porre mille domande, e la prima è proprio:
“Ma era così necessario ‘sto passaggio? Era così necessaria ‘sta sofferenza?? Perchè io ne facevo volentieri a meno!!”
Certe fatiche non le puoi scegliere, le devi vivere per forza, puoi semplicemente decidere come viverle.
Invece certe fatiche puoi scegliere di evitarle!!!

Son qui da giorni che mi chiedo dove possa portarmi questo “passaggio”.
Ma dalla vita ho imparato che quando poni delle domande, ti verrà sempre dato il modo di trovare le risposte. E quindi chiedo. E cerco di elevare la qualità delle mie domande, per elevare la qualità delle risposte che mi arriveranno. Rimanendo nella consapevolezza che, anche questo, è solo un passaggio, per portarmi là dove voglio andare.

E concludo con una parafrasi di Zia Caia, che ha introdotto più o meno così:
“Non so chi c****o l’abbia detto, ma qualcuno lo ha detto…
Alla fine tutto andrà bene. E se non sta andando bene, vuol dire che non è ancora la fine.”